La gestione della conflittualità familiare tra fratelli

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                                 A cura del prof. Emilio Esposito

Il termine “conflitto” deriva dal latino conflictum , da confligere, che letteralmente significa “scontrarsi”. “Scontrarsi”, però, significa “incontrare qualcuno”.

Siamo sempre stati abituati a considerare il conflitto come un combattimento, uno scontro, un’opposizione, sottolineandone più l’aspetto del “contrasto” piuttosto che quello dell’”incontro” e quindi del “cambiamento” che inevitabilmente un conflitto comporta.

L’incontro con l’altro è alla base della “relazione”, dal latino res + azione, che significa “portare qualcosa insieme che non è più soltanto l’Io o il Tu ma il NOI”.

Alla base dell’incontro, quindi della relazione, dovrebbe esserci la capacità di accogliere l’altro (accogliere deriva dal latino ằd e collìgere e significa “ricevere con varia disposizione d’animo… approvare, accettare… contenere, ospitare), predisponendosi al confronto ed al dialogo piuttosto che all’imporsi sull’altro.

Il “dialogo”, infatti, (dal latino dià (tra) + lògos (parola, discorso)) parla di incontro, senza il “tra” le persone non si incontrerebbero.

Per meglio comprendere la funzione del litigio all’interno delle dinamiche familiari, bisogna accettare l’esistenza di sentimenti connaturati nell’uomo come la gelosia (il desiderio di essere unici) e l’invidia (la sensazione di essere inferiori a un altro).

In entrambi i casi i genitori devono comprendere che questi sentimenti esistono, che esiste una corrente sotterranea di sentimenti ambivalenti e negativi, ma che devono essere vissuti o finiranno col produrre tensione all’interno del rapporto fraterno.

La rivalità tra fratelli, i litigi e le discussioni che ne conseguono, servono a costruire la “relazione” del NOI integrando due punti di vista diversi: quello dell’Io e quello del Tu. I litigi sono “costruttivi” se servono a confrontarsi e a trovare una mediazione tra punti di vista diversi.

Diventano “distruttivi” quando ciascuno rimane della propria idea e magari il più forte non stato in grado di comprendere le ragioni dell’altro. Lasciando agire i due litiganti, purché non arrivino a farsi male, i genitori intervengono quando la conflittualità non trova una soluzione.

Il problema, quindi, non è il litigio in se stesso ma il litigio “mal gestito” che quindi necessità della figura del genitore che aiuti entrambi a mediare, ossia insegni loro a capire l’uno le ragioni dell’altro.

Il genitore non deve decidere chi ha ragione e chi torto, ma cercare di far emergere le ragioni dell’uno e dell’altro e trovare insieme una soluzione, svolgendo il ruolo di mediatore più che di giudice.

Nella vita infantile, a partire da un anno mezzo fino ad attorno ai 3 anni, il litigio rappresenta un momento di riconoscimento della presenza del coetaneo, e quindi la graduale consapevolezza dei vincoli e dei limiti al proprio mondo egocentrico e autoreferenziale.

A partire dai 3 anni, si evidenzia una certa capacità empatica, ossia il bambino tenta di mettersi nei panni dell’altro cercando di capire la sua sofferenza, di cogliere nei propri vissuti gli stessi vissuti del coetaneo.

Dai 3 ai 6 anni c’è una maggiore attenzione verso le regole sociali che non vengono più vissute come limite ma come tutela dei momenti di compresenza con gli altri.

A partire dai 6 anni la costruzione del senso sociale dell’identità personale acquisisce un primato assoluto rispetto ad altre componenti più autoreferenziali, e quindi il bambino incomincia ad uscire dal proprio narcisismo e a costruire effettivamente la capacità di stare nel gruppo e di vivere le regole come momenti essenziali del suo sviluppo e della sua crescita.

Nella preadolescenza e poi nell’adolescenza, il gruppo è l’elemento centrale nella vita del ragazzo e della ragazza che trovano nello stare assieme agli altri sia un rispecchiamento narcisistico sia una capacità di andare oltre una visione centrata unicamente sui propri bisogni, trovando negli altri una sponda verso l’autonomia e l’età adulta.

Bisogna, a tal proposito, distinguere il bullismo dal litigio. Mentre il primo è una prepotenza continuativa e sistematica ai danni di un soggetto inferiore per forza e per capacità, quindi impossibilitato a difendersi, la natura del litigio ha un carattere evolutivo.

Si è spesso contrapposta la dimensione dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca alla dimensione del litigio e del conflitto, dimenticando che questi sono due momenti facenti parte dello stare con gli altri: non ci può essere l’incontro se non c’è anche il momento in cui attraverso il litigio il ragazzo o la ragazza riconosce se stesso e riconosce gli altri nel contrasto e nel confronto.

Esistono almeno tre criteri a cui ci si può attenere nella gestione formativa del litigio tra bambini:

1)     L’imparzialità formativa

Così come tendono a fare gli adulti, è normale anche per bambini ed i ragazzi cercare di utilizzare gli adulti come alleati contro i loro avversari per avere giustizia e per ottenere dall’adulto un risarcimento emotivo.

Proprio come accade nel mondo degli adulti, in particolar modo durante una separazione, quando siamo chiamati noi a fare da “giudice”, si riattivano fantasmi antichi e quindi bisogni di risarcimento che non ci lasciano indifferenti, ed è pertanto facile cadere nella manipolazione e nel vittimismo che conduce a un’alleanza dell’adulto nei confronti del più debole, che a quel punto diventa il più forte.

L’imparzialità formativa, il porsi al di sopra delle parti, può essere riassunto nella frase: non cercare il colpevole.

È un passo assolutamente essenziale per evitare di creare nei ragazzi non solo un atteggiamento giustizialista nei confronti dei compagni, che non serve a nulla, ma anche una forte dipendenza nei confronti dell’adulto, che a quel punto diventa una sorta di giudice assoluto a cui bisogna continuamente rivolgersi per ottenere giustizia.

Cadere nell’ingorgo del giudizio a tutti i costi, dando torto o ragione, vedendo la colpa o l’innocenza, impedisce ai ragazzi di imparare a gestirsi i litigi in funzione di un reciproco ascolto e di una reciproca comprensione e quindi verso un’integrazione che parte dall’interno, piuttosto che dall’esterno.

2)       La tecnica del “dammi la tua versione

È una tecnica per cui ogni contendente deve cercare di spiegare come sono andati i fatti senza insultare la controparte o avere atteggiamenti minacciosi o perlomeno che restino sotto una certa soglia. E’ necessario “ascoltare” l’altro e cercare di “comprendere le sue ragioni”, provando a trovare una soluzione che vada bene per entrambi.

3)     La ricostruzione del rapporto

Dopo la ferita o la rottura del litigio, c’è bisogno di ricostruire il rapporto sia tra i contendenti che tra questi e il gruppo.

All’interno di una classe, per esempio, si potrebbe stabilire un giorno e un’ora in cui i litigi vengono affrontati, possibilmente in cerchio, quindi in una dimensione fortemente contenitiva, e raccontati, esplicitati in modo da trovare un eventuale esito o accordo.

La ritualità spesso rafforza i legami anche nel momento in cui questi legami trovano un ostacolo. E’ pertanto utile utilizzare strutture rituali come può essere il cestino della rabbia, il tavolo della riconciliazione oppure il rituale degli avvocati, o quello del cerchio, in modo da consentire la costruzione di nuove connessioni.

Il gruppo, la classe, un organismo che si pone il problema di darsi degli strumenti per affrontare internamente i propri conflitti, i propri litigi, è un organismo sociale con delle possibilità in più rispetto a quelli che preferiscono mantenere i conflitti latenti oppure utilizzano modalità evitanti del conflitto.

La capacità di trovare delle strade di esplicitazione sociale del conflitto è alla base della buona capacità dell’educatore di aiutare i bambini e i ragazzi a vivere i conflitti tra di loro come momenti di crescita.

Ovviamente a tutto questo va associata la capacità dell’educatore di garantire un sistema di regole chiaro, esplicito, realistico, e ovviamente sostenibile: più le regole sono chiare più risulta facile utilizzarle nella gestione stessa dei litigi.

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