Il Pensiero di Viktor Emil Frankl ( la Logoterapia)

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 A cura del prof. Emilio Esposito.

                                                   Il Pensiero di Viktor Emil Frankl                          

Viktor Frankl, viennese (1905 – 1997), è il fondatore della Logoterapia.

Logoterapia significa: cura attraverso la riscoperta del significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali.

La logoterapia è la terza scuola psicoterapeutica viennese ed ha una propria prassi clinica.

E’ diffusa in Italia e in numerose nazioni nel mondo.

“Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato”. 

Viktor Frankl

  • Ridare dignità all’uomo

La “fede incondizionata in un significato incondizionato” della vita (Frankl 1998, p. 164) non ha certo reso Frankl simpatico nel mondo degli psichiatri, troppo preoccupati a cogliere solo il legame tra modalità di esistere e struttura neurologica, oppure in quello dei sociologi, orientati a vedere unicamente i condizionamenti culturali, familiari, politici, e non invece la radicale capacità – mai persa – della singola persona a saper assumere con dignità e coraggio un atteggiamento nei confronti dei condizionamenti, oppure ancora in quello degli psicologi, capaci solo di vedere nei meandri della psiche le pulsioni inconsce che agiscono da detonatore quando meno ci si aspetti, abdicando quindi a qualsiasi possibilità di decisione responsabile.

E fece scalpore, già nel 1945, il suo schierarsi deciso e convinto contro il concetto di colpa collettiva. “Ricevetti tirate di orecchi da parte di diverse organizzazioni” – ha ricordato qualche anno fa, in indimenticabile incontro con oltre mille persone nell’aula magna dell’Università salesiana di Roma -. “Ciononostante continuai a parlare contro la colpa collettiva e lo feci anche davanti a un generale che comandava le truppe francesi di occupazione, in occasione di una conferenza che ero stato invitato a tenere nella zona occupata dai francesi. Il giorno dopo venne a trovarmi un professore universitario, a suo tempo ufficiale delle SS, e mi chiese con le lacrime agli occhi dove trovassi il coraggio di schierarmi così apertamente contro il giudizio generale. “Lei non può farlo – gli risposi -, perché parlerebbe pro domo sua. Ma io, che sono stato il detenuto n. 119.104 a Dachau, io sì che posso farlo. Anzi, devo farlo. Mi tocca farlo: è un obbligo”” (Frankl 1993, p. 102).

E non diversamente si espresse nella grande piazza antistante lo splendido palazzo municipale di Vienna 50 anni dopo, dinanzi a migliaia di persone. Coerente con la sua professione di fede nell’uomo, nella sua libertà, nella sua dignità e nella sua assunzione di responsabilità, pronunciò con voce ferma il suo rifiuto nei confronti di qualsiasi tentativo di minimizzazione e di riduzione della persona umana e, contemporaneamente, la sua profonda convinzione che, sempre e dappertutto, l’uomo è capace di trascendersi, di guardare oltre i ristretti orizzonti del quotidiano, di attingere alle profondità spirituali del proprio inconscio, non più, quindi, unico ed inesorabile ricettacoli di istinti ed impulsi ciechi, privi di qualsiasi spiraglio di autentica libertà, così come per decenni ha insegnato la psicoanalisi (Frankl 1988).

  • Riscoperta dell’incontro

 

     “Se non lo faccio io, chi lo farà? Se non lo faccio adesso, quando lo farò? Se lo faccio solo per me stesso, chi sono io?”. Queste tre frasi del rabbino Hillel, vissuto verso la fine del I secolo a.C., ritornano come un ritornello nei testi di Frankl, per sottolineare tre aspetti centrali del suo pensiero: a) l’unicità della persona, al di là di qualsiasi tentativo di massificazione, b) l’unicità del momento presente, al di là di qualsiasi rifugio nel mondo illusorio dell’irresponsabilità e di un’eternità impersonale e priva di rapporti con il quotidiano tragico, c) l’orientamento verso il mondo dei valori e dei compiti, che ciascuno è chiamato a scoprire ed a realizzare giorno per giorno, senza sperare tornaconti o ricompense. Il tutto in un contesto di riscoperta dell’incontro, come luogo di fedeltà all’essere, alla vita ed al rapporto, nella consapevolezza del facile rischio della manipolazione e della spersonalizzazione.

Ed è questo, forse, uno dei contributi più significativi di Frankl alla storia, e non solo della psicologia e della psichiatria, dell’uomo di oggi e dell’uomo di sempre: ridare all’incontro “un carattere esistenziale, un carattere cioè adeguato all’essere umano” (Frankl 1977, p. 275).

Il che vuol dire chiedersi con sincerità: la persona che incontro è per me unica? ha per me un nome? dietro il suo volto leggo una storia? partecipo della sua storia e lei della mia? Oppure è un semplice burattino, un anonimo personaggio funzionale alle mie attività e per me, perciò, avere di fronte lei oppure un’altra in fondo non fa alcuna differenza? In ultima analisi: è lei a rispondere ai miei desideri, ai miei bisogni, oppure sono io che mi pongo in ascolto attento della sua unica ed irripetibile esistenza? (Punzi 1994, p. 76).

L’incontro fra due persone uniche ed irripetibili – sottolinea Frankl – è realmente autentico nella misura in cui coglie “la dimensione immediatamente superiore, quella nella quale l’uomo viene trasceso in direzione di un significato e in cui tutta l’esistenza è messa a diretto confronto con il logos” (ibidem). Diversamente, un dialogo e un incontro non aperti al senso, e quindi non basati su un’intersoggettività autotrascendente, restano un dialogo ed un incontro senza logos, una pura mistificazione chiusa nel ristretto orizzonte dell’immanenza, alla ricerca solo delle radici, e per di più nell’unica direzione dei bisogni da soddisfare, e non invece degli scopi oggettivi, carichi di sfida e di provocazione, che hanno un carattere imperativo e chiedono di essere realizzati.

   Fin da giovane studente universitario, Frankl ha manifestato quella profonda passione per l’uomo e per la sua responsabile libertà che ha caratterizzato la sua ricca attività di psichiatra, di scrittore, di conferenziere, di docente universitario.

L’impegno a servizio di ragazzi sbandati e privi di orientamento fu da lui tradotto, nel lontano 1927, ad appena 22 anni, nell’attivazione a Vienna dei Centri di consulenza psicopedagogica. E le modalità esistenziali con le quali incontrò i numerosi giovani che chiedevano aiuto testimoniano una ricchezza di umanità non comune, in grado di cogliere gli appelli più intimi ad essere accolti, capiti, amati e soprattutto nella consapevolezza che, sempre e dappertutto, l’uomo non perde mai il senso della propria esistenza e tutto va fatto per aiutarlo a riscoprire tale senso ed a tradurlo nei comportamenti e nelle scelte di ogni giorno (Frankl 2000).

 

  • L’immagine dell’uomo nel giovane Frankl

 

     Ma altri vantaggi derivarono a Frankl dall’intensa attività svolta a favore dei giovani: riuscì a contattare molte personalità, anche straniere, che si interessavano di psicologia e di psicoterapia e, soprattutto, confermò alcune intuizioni che aveva avuto negli anni precedenti. Egli, infatti, attingendo agli studi di medicina e alle letture di filosofi quali Max Scheler, Karl Jaspers, Martin Heidegger, Ludwig Binswanger e Martin Buber, giunse alla convinzione che era indispensabile mettere l’accento sulla persona umana considerata unica, originale, irripetibile, unità corporeo-psichico-spirituale, orientata verso l’individuazione del significato della sua esistenza e verso la realizzazione del compito personale ad essa legato. Inoltre, nel rapporto tra terapeuta e paziente riteneva che dovesse essere evitata qualsiasi schematizzazione, standardizza-zione o visione deterministica dell’uomo e del disturbo psichico, mentre andavano evidenziate la singolarità delle specifiche situazioni e la conseguente individuazione di atteggiamenti di rispetto, di comprensione e di profonda partecipazione ai problemi del paziente.

     L’accento sulla persona umana in una prospettiva globale, che abbraccia varie dimensioni (biologica, psicologica, sociologica, spirituale- noetica), caratterizza in forma molto chiara ed evidente gli scritti del giovane Frankl. Pubblicando, nel 1925, nell’Internationale Zeitschrift für Individual psychologie un breve saggio sui rapporti tra psicoterapia, valori e visione del mondo, egli così scriveva: “Urge fondare criticamente il trattamento del nevrotico intellettualistico, come pure la psicoterapia in generale. Occorre aver chiaro in mente che il principio della psicoterapia è essenzialmente etico, nel senso che valuta, e che ogni trattamento si prefigge l’obiettivo della guarigione, e dunque ha in sé un valore vitale. Al contempo non va ignorato che il presupposto della nostra valutazione può solo essere essenzialmente critico. Infatti, i valori non si possono dimostrare a priori. Quello che possiamo dimostrare – e dobbiamo dimostrarlo al nevrotico che filosofeggia – è che tutto il suo disprezzo per la vita, per il mondo, per la società è acritico e quindi “non valido”. Egli non fa altro che definire la vita priva di valore, in quanto non la considera valida – ovvero la considera odiosa, triste, dolorosa, perché la valuta negativamente – anche se in realtà non lo fa, ma crede di farlo, come se la disprezzasse – per motivi che l’analisi poi delineerà” (Frankl 1925, p. 251). E nelle ultime righe dell’articolo, commentando la frase di Spinoza: “Beatitudo non est virtutis praemium, sed ipsa virtus”, egli aggiungeva: “Il nevrotico non può essere felice perché non è affezionato alla vita, la disprezza, la scredita, la odia. Compito dello psicoterapeuta allora è quello di restituirgli in pienezza l’amore per la vita e per la comunità, e ciò attraverso una discussione critica, in cui il senso della vita e il valore della comunità risultano evidentemente non dimostrabili ma dati, non perseguibili, ma già insiti nell’interesse personale; perché la via che conduce alla felicità personale, alla soddisfazione, alla “beatitudo”, passa attraverso il senso di comunità, il coraggio di vivere, la “virtus”” (ibidem, p. 252). Quando scriveva queste frasi Frankl aveva appena 20 anni! Dall’autobiografia pubblicata non molti anni fa, sappiamo che Frankl, negli anni di appartenenza alla società adleriana di psicologia individuale, aveva abbozzato un sistema di pensiero in cui approfondiva le basi filosofiche di una psicoterapia che andasse al di là del riduzionismo freudiano e ponesse al centro la capacità radicale dell’uomo di ricercare valori e significati per la sua esistenza. Il testo, che doveva essere pubblicato nel 1927 dalla casa editrice Hirzel, avrebbe portato la prefazione di Oswald Schwarz in cui si diceva che il libro “avrebbe offerto alla storia della psicoterapia un contributo paragonabile a quello rappresentato dalla ‘Critica della ragion pura’ di Kant per la storia della filosofia”. È interessante notare che, dinanzi a questo lusinghiero giudizio, lo stesso Frankl restò talmente sconcertato da sentire il bisogno di aggiungere in forma di commento: “E ne era davvero convinto” (Frankl 1997, p. 40).

     La spaccatura con Adler e la fuoriuscita, assieme a Rudolf Allers e ad Oswald Schwarz, dalla Società di Psicologia Individuale impedirono la pubblicazione del manoscritto. Le idee principali in esso contenute furono però approfondite e verificate negli anni seguenti e trovarono una loro adeguata espressione in due saggi che apparvero nel 1938 e nel 1939. Nel primo, dal titolo Zur geistigen Problematik der Psychotherapie, il giovane Frankl delinea il punto di partenza della sua ricerca, e cioè la revisione delle posizioni della psicoanalisi freudiana e della psicologia individuale adleriana da una triplice prospettiva: considerare l’uomo anche dal punto di vista spirituale-noetico, superando i limiti dello psicologismo (parlerà appunto, in seguito, di psicologia dell’altezza, in contrapposizione a psicologia del profondo);

individuare le categorie di valori che risultano fondamentali per la ricerca e la realizzazione del senso della vita;

prospettare la positività del dolore e la possibilità di poter prendere sempre un atteggiamento, anche nelle situazioni-limite.

E sappiamo benissimo come questi tre nuclei sono stati oggetto di ulteriore ripensamento e approfondimento nelle numerosissime opere pubblicate da Frankl dal dopoguerra in poi. Il punto di partenza fu chiaramente la convinzione che “essere-io vuol dire essere-cosciente ed essere-responsabile” (Frankl 1938, p. 34).

Di conseguenza “la psicoanalisi e la psicologia individuale prendono in considerazione, ognuna nel proprio campo visivo, un aspetto dell’esistenza umana, da cui estrapolare un’interpretazione dell’affezione nevrotica. Questo, non di meno, spiega allo stesso tempo che entrambi i sistemi non sono stati elaborati casualmente, ma che, con una corrispondenza scientifico-teoretica, partono da una necessità ontologica e, sotto quest’aspetto, la loro unilateralità e la loro antiteticità rappresentano degli effettivi completamenti” (ibidem).

E analizzando più a fondo i presupposti antropologici, gli obiettivi e la prassi terapeutica delle due scuole, Frankl ribadiva quanto già negli anni precedenti – e in contesti non ancora specificatamente clinici – aveva intuito: l’esigenza, cioè, di considerare la persona capace di andare oltre il piano puramente psichico, intrapsichico, ambientale e di orientarsi verso la ricerca di valori e di significati. “Chiedendoci allora – così egli scriveva – se, oltre l’adattamento e l’organizzazione, non vi sia, per così dire, un’ulteriore dimensione in cui la persona possa inoltrarsi se la si vuole guarire, oppure, qual sia l’ultima categoria da includere nel nostro quadro della persona umana, se si vuole rendere giustizia alla sua realtà psico-spirituale, giungiamo all’idea della realizzazione, del compimento di un senso.

Da notare, in proposito, che la realizzazione dell’uomo va oltre la formazione della sua vita, nel senso che, mentre la formazione è una realizzazione estensiva, la ricerca con la conseguente realizzazione di un senso rappresenta una grandezza vettoriale. La ricerca di senso ha un orientamento, è rivolta verso quella possibilità di valore riservata o, per meglio dire, assegnata a ogni singola persona umana e che deve essere realizzata; è diretta verso quei valori che ogni singolo uomo ha da realizzare nell’unicità della propria esistenza e nella singolarità del proprio spazio vitale” (ibidem, p. 35).

 

  • Il rapporto terapeuta-paziente in una prospettiva di appello ai valori

In un contesto antropologico ciò significava porre le basi per una visione dell’uomo che, superate le ristrettezze dello psicologismo e del riduttivismo, accettasse a pieno titolo la dimensione spirituale-noetica. In riferimento invece al rapporto terapeuta-paziente, ciò rappresentava un ribaltamento dell’idea che la guarigione fosse di esclusiva spettanza del terapeuta, nel senso che toccasse a lui dare la ‘vera’ interpretazione eziologica del disturbo e, di conseguenza, fornire le ‘vere’ indicazioni di trattamento, lasciando al paziente un puro e semplice adeguamento passivo. Invece, “non appena, nell’ambito dell’analisi esistenziale e grazie all’intervento dello psicoterapeuta, il paziente diventa cosciente della sua essenziale responsabilità, dovrà cercare di rispondere alle seguenti domande fondamentali: 1) davanti a chi si sente responsabile? (se, per esempio, davanti alla propria coscienza o davanti a Dio) e 2) di che cosa si sente responsabile, cioè a quali valori concreti si dedica, in quale direzione trova il senso della propria vita e quali compiti lo impegnano?” (ibidem, p. 38).

Riprendendo ed approfondendo alcune di queste idee, Frankl pubblicò nel 1939 un articolo dal titolo: Philosophie und Psychotherapie. Zur Grundlegung einer Existenzanalyse, in cui sottolineava ancora una volta i limiti del riduzionismo psicologico, grazie al quale “l’immagine della persona che viene delineata a livello di proiezione psicologica è, dunque, parziale” (Frankl 1939, p. 708). E facendo esplicito riferimento alla psicoanalisi, egli ricordava che in essa “non viene abbracciata la totalità della persona […] in quanto della triade Eros- Logos-Ethos viene preso in considerazione solo il primo elemento, con la conseguente distruzione della triplicità dell’antropologia filosofica” (ibidem). Al contrario, la psicoterapia “deve considerare proprio la totalità dell’essere umano. La visione della persona come unità corporeo-psichico-spirituale deve essere tenuta presente anche dal punto di vista della persona psichicamente malata, per poter così – e solo così – soddisfare in una certa maniera le esigenze della critica della conoscenza” (ibidem).

     Accettare l’uomo come totalità vuol dire, per il giovane Frankl, riconoscere a pieno diritto il confronto tra terapeuta e paziente sulle questioni radicali della vita, nella prospettiva quindi di una Weltanschauung che ponga in primo piano la ricerca di risposte significative e non le dinamiche intrapsichiche di complessi o di sentimenti di inferiorità. “2 x 2 = 4 anche se è un paralitico ad affermarlo! Senza dubbio non ci accorgiamo di un errore di calcolo in quanto psichiatri, ma solo rifacendo le operazioni matematiche. Quindi, anche il medico deve sforzarsi di rendere ragione al paziente filosofo e non deve permettersi di fuggire dinanzi a delle argomentazioni con un comodo Metabasiz ez allo genoz invece di confutarle oggettivamente, soffermandosi a livello di contrapposizione teorica” (ibidem).

     Ed è interessante rilevare che nel già citato articolo Psychotherapie und Weltanschauung. Zur grundsätzlichen Kritik ihrer Beziehungen, del 1925, egli aveva affermato che “in tali circostanze è compito della terapia rimuovere la sovrastruttura logica della visione dell’uomo e del mondo insieme con l’infrastruttura affettiva della nevrosi: diversamente l’ideologia affettiva perdurante offre facile terreno per un rinnovato riprodursi della nevrosi.

Nel contempo non dobbiamo però dimenticare che in determinate circostanze sarà necessario prima di tutto aggredire la sovrastruttura, togliendo alla nevrosi il suo sostegno astratto e le sue fissazioni, così da eliminarla più facilmente. Ciò sarà importante per quegli individui particolarmente inclini ad argomentazioni concettualmente contorte circa il proprio programma di vita, ma che possono essere annoverati da un punto di vista intellettuale fra i migliori della società.

Nei loro confronti – proseguiva il ventenne Frankl – dovremo dunque agire con controargomentazioni filosofiche, poiché ogni altro argomento risulta inconsistente. Non si può infatti aiutare un pessimista, molto intelligente e consapevole, consigliandogli di nutrirsi bene e di fare dello sport, poiché tali argomenti, come del resto tutto ciò che riguarda la salute, non toccano la sua filosofia” (Frankl 1925, p. 250).

  • Dalla neutralità al coinvolgimento responsabile

     Emerge a questo punto un problema nodale, ed è quello della neutralità all’interno di un rapporto terapeutico. Da una parte, infatti, appare sufficientemente chiaro che il terapeuta ha il potere di influenzare la visione della vita e del mondo del paziente. Dall’altro è altrettanto ovvio che il paziente ha il diritto di veder rispettate, e non svalutate, le sue convinzioni, e soprattutto di essere aiutato ad operare con libertà e responsabilità. “Ci troviamo, dunque, di fronte al dilemma: da una parte, la necessità e la presupposizione di valori, dall’altra, l’impossibilità morale di un’imposizione. E ritengo che sia possibile una soluzione, ma solo una determinata soluzione! Infatti, esiste un valore etico formale che costituisce la condizione indispensabile di ogni altra valutazione, senza per questo determinare alcuna gerarchia: la responsabilità! Essa rappresenta quel valore limite di neutralità etica verso cui la stessa psicoterapia, in quanto procedimento che esprime una valutazione implicita o esplicita, può e deve inoltrarsi.

Il paziente che nel trattamento psicoterapeutico e attraverso di esso giunge ad una profonda consapevolezza della propria responsabilità, come caratteristica essenziale della propria esistenza, perviene automaticamente a delle valutazioni che sono in consonanza con se stesso, con la sua personalità unica e con il suo proprio irripetibile destino.

La responsabilità costituisce in un certo senso il lato soggettivo, mentre sul lato oggettivo si trovano i valori: la loro scelta e il loro riconoscimento avvengono senza alcuna imposizione da parte del medico” (Frankl 1939, pp. 708-709).

  • Esigenze per un incontro autentico

 

     Quali esigenze allora occorre che stiano alla base di un autentico e responsabile incontro, così da aiutare la piena maturazione di motivazioni autentiche? Eccone brevemente alcune.

  1. a) Uscire dall’anonimato costruendo un’identità forte, grazie alla quale agire con responsabilità e con entusiasmo, senza mezze misure, senza nascondigli, senza maschere sul volto. Uscire dall’anonimato vuol dire conquistare un modo di pensare, un modo di rapportarsi agli altri, uno stile di vita, un cuore che pulsa con chi soffre e che sa prendere posizione anche nei riguardi di strutture eccessivamente monolitiche, incapaci di flessibilità e orientate solo all’osservanza di norme di comportamento fredde e impersonali. Uscire dall’anonimato vuol dire essere creativi nelle iniziative, partecipare attivamente alle gioie e ai dolori, saper chiamare per nome qualunque persona, sia essa malata o anziana o handicappata o di colore o analfabeta.
  1. b) Partecipare attivamente sia nel senso che ogni gesto, per quanto piccolo e nascosto, contribuisce alla trasformazione del mondo, così come ogni goccia d’acqua va ad alimentare in un modo o nell’altro il grande oceano, e sia nel senso che è importante non stare alla finestra a guardare ciò che altri, magari per interessi privati, decidono sulla pelle degli altri. La partecipazione esige un impegno sociale concreto, fatto di scelte coraggiose, talvolta controcorrente, capaci di mettere sempre in evidenza le esigenze e i diritti delle minoranze, dei poveri, degli ultimi, degli esclusi, degli emarginati.
  1. c) Sentirsi parte a un gruppo: questo non solo rappresenta la soluzione alla solitudine che sempre più spesso avvolge l’uomo e gli impedisce di essere sereno (saremmo nella prospettiva dei “bisogni”), ma costituisce il luogo in cui incontrare altri soggetti unici e singolari, anch’essi in cammino, anch’essi orientati verso uno scopo, anch’essi animati da una profonda volontà di significato. Appartenenza, allora, vuol dire accettazione della diversità, comprensione dei limiti, riconciliazione con se stessi (perché magari sono emerse motivazioni erronee alla base della propria scelta di vita) e riconciliazione con gli altri (perché anch’essi possono aver operato delle scelte solo come fuga o come ripiego). Appartenenza significa operare il passaggio da un sistema motivazionale insufficiente e magari riduttivo, di basso cabotaggio, a un sistema motivazionale aperto, di ampio respiro, capace di abbracciare l’altro nella sua povertà e nella sua pochezza, dimostrandogli calore, supporto, amicizia, fraternità, solidarietà, consolazione, vicinanza.
  1. d) Scegliere una guida spirituale che non si sostituisca alle proprie personali decisioni e non si faccia garante indiscriminato di eventuali fallimenti, togliendo la responsabilità e la libertà, ma cammini accanto suscitando domande e risposte, sostenendo nelle difficoltà e rallegrandosi nelle gioie, favorendo l’impegno e aspettando con pazienza quando il passo si fa un po’ più lento. Una guida spirituale, ovviamente, non comporta un atteggiamento di devozione quasi isterica, una sottomissione impersonale e anonima, un continuo processare intenzioni e comportamenti.
  • Strategia della speranza

C’è una domanda che sorge all’alba dell’umanità e che accompagna la sua storia in maniera continua e penetrante e che è rivolta ad ogni uomo, in qualsiasi tempo, in qualsiasi luogo, in qualsiasi situazione: “Dove sei?

Dove ti trovi in questo momento?”.

È la domanda rivolta da Dio al primo uomo che si nascose dopo essersi accorto drammaticamente della sua finitudine, del suo limite, potremmo dire, della sua morte: “Dove sei?

Sei in cammino?

Se sì, a quale punto sei?

E in quale direzione stai andando?”.

     Quando ci viene rivolta questa domanda? Essa concretamente si leva ogni volta che un uomo si incontra con un altro uomo. È l’altro, infatti, che stimola la domanda. Non siamo noi a porla, è l’altro, con la sua stessa esistenza, che chiede: “Dove sei?”.

L’incontro con la persona sofferente, con l’anziano, con il malato terminale ci offre certamente l’interrogativo: “Mi aiuti? Ho bisogno di te!”. Ma ad un livello più profondo, più intimo, chiede a ciascuno: “Tu, dove sei? Cosa vuoi fare della tua vita? In quale direzione stai andando?”.

   Il meccanismo della compassione, del cum patire, scardina in tal modo il nascondimento, la    chiusura in sé, fa uscire dal guscio in cui ci si è rintanati, apre uno spiraglio al qualcosa, al qualcuno che ci cerca, apre la possibilità dell’incontro, dell’accoglienza.

Cogliendo la domanda che l’altro mi pone, per il semplice fatto che egli esiste, che io lo vedo e lo incontro, la mia vita diventa cammino e si trasforma in strategia di speranza, poiché la sua forza riposa nel coraggio di amare.

  • Incontro nell’amore

 

Frankl afferma che chi vive un rapporto d’amore scorge, anzi anticipa a se stesso qualità nascoste della persona amata che chiedono di essere realizzate. “L’amore scorge e schiude […] le possibilità di valore nel tu amato. Anche l’amore, nel suo penetrante sguardo spirituale, anticipa qualcosa: si tratta delle possibilità personali, non ancora realizzate, che la persona amata, nella sua concretezza, ancora nasconde in sé” (Frankl 1990, p. 39).

Le situazioni più scabrose, le più laceranti, quelle che sembrano aver tolto ogni traccia di umanità, chiedono di essere annientate da un gesto assolutamente gratuito, un atto d’amore che solo può intuire possibilità e dignità apparentemente scomparse.

Ogni atto d’amore non può che essere un dono, ma ogni dono sollecita una risposta. Ogni atto d’amore, quando è veramente tale, dischiude delle possibilità, è sorgente di creazione, migliora.

Ogni atto d’amore, quando si trasforma in un incontro sincero e gratuito con l’altro, fa schiudere il cammino della speranza ed è capace di andare al di là della pura e semplice soddisfazione dei bisogni. Ogni atto d’amore, infatti, salvaguarda la singola persona con il suo ricco mondo interiore, con le sue appartenenze, con le sue tensioni e le sue inclinazioni. “Si accetta solo chi si conosce. Ma si conosce solo nell’amore”, scrive Romano Guardini (1992, p. 30). E quindi nella relazione.

Qualunque tentativo di ridurre l’uomo, ciascun uomo, ad un insieme di bisogni, o di considerarlo ciò che non è, nella sua unicità e irripetibilità, è fargli e farci violenza. Ma nella violenza non c’è conoscenza, né speranza.

“Conoscenza e speranza vera è darsi la possibilità di chiamare l’altro per nome. È costruire luoghi di autentica umanità. È avere il coraggio di programmare la propria azione, la propria struttura e la propria stessa esistenza in modo tale che lo spazio e il tempo siano assoggettati. È realizzare una struttura in cui si può spezzare il vincolo del “fare” per garantire e proteggere i momenti di crescita” (Punzi 1994, p. 71).

La confusione, la corsa, l’ansia di produrre sono il presupposto della Babele: l’illusione, cioè, di giungere al massimo visibile, ma l’impossibilità tragica di non poter ascoltare chi ci è affianco e costruisce con noi.

L’uomo che noi incontriamo, l’uomo ferito, l’uomo che vive nella notte, ha davanti due possibilità: rigettare se stesso, oppure accettare se stesso. E noi sappiamo che si accetta solo chi ha sperimentato l’amore, la vera accoglienza, la solidarietà. È questa la condizione che conduce l’uomo a prendere posizione rispetto al proprio presente e al proprio passato. È la realizzazione di quelli che Frankl chiama “valori di atteggiamento” (Frankl 1977, p. 85).

  • Rischi dell’incontro

 

   Ogni incontro, però, non è solo un luogo di fedeltà all’essere, alla vita e al rapporto, nella misura in cui l’orizzonte è l’autotrascendenza. Ogni incontro porta con sé anche dei rischi. Frankl, riferendosi all’azione terapeutica, ne indica due: la cosificazione dell’uomo e la sua manipolazione (Frankl 1977, pp. 273-276).

     La cosificazione ha luogo quando il processo di soddisfazione dei propri bisogni occupa la quasi totalità dello spazio e del tempo, invece di essere l’occasione per la manifestazione e la comprensione dell’uomo nella sua totalità.

     La manipolazione si verifica allorché ognuno propone le proprie esperienze, i propri schemi ed i propri valori culturali, inglobando o ridimensionando ciò che è proprio della persona che incontra. “Sono capace di prevenire e di soddisfare tutti i tuoi desideri”, sembrerebbe quasi che egli dica. Il passo verso il delirio di onnipotenza è, a questo punto, breve.

  • Atteggiamenti per un’autentica apertura alla speranza

Quali atteggiamenti assumere per realizzare degli incontri aperti alla speranza? A livello generale si può dire che sono necessari l’ottimismo verso tutte le manifestazioni della vita e della realtà, la fiducia nella dimensione spirituale, nella capacità di decidere e nella possibilità di significato sempre, comunque e dovunque, il senso della propria responsabilità.

A livello più specifico, occorre alimentare dentro di sé l’accoglienza dell’altro come persona, senza nascondersi né difendersi dietro il proprio ruolo e quindi senza trattare l’altro come un caso, ma riconoscendogli piena fiducia e totale dignità, qualunque sia il suo stato, anche se è un barbone che non si lava da anni, che puzza.

   Occorre poi ascoltare l’altro e comprenderlo, così come accettarlo nella sua globalità, come è in realtà e non come vorrei che fosse. Ed infine consentirgli di esprimersi liberamente e di prendere decisioni con responsabilità personale, in modo da percepire nella maniera più ampia possibile il proprio orizzonte intenzionale, e così trovare strade alternative, dilatando spazi e dimensioni della vita.

     Il rapporto, allora, prima ancora che essere e delinearsi nella sua dimensione psicologica e sociale, rappresenta lo svolgersi di un incontro tra due persone che hanno pari dignità. E su questo piano, prima ancora di tutte le parole, di tutti i messaggi non verbali, di tutte le speranze e di tutti i condizionamenti, si comunica esistenzialmente un’unica, grande verità: “Tu per me esisti! E sono contento di condividere con te il cammino faticoso e, talvolta, in apparenza fallimentare della ricerca di senso”. L’importante allora è camminare insieme, perché solo un itinerario di solidarietà permette di scorgere le infinite possibilità di significato racchiuse nella nostra esistenza. E ben a ragione, perciò, lo psichiatra Karl Jaspers ebbe ad affermare che “ciò che l’uomo è, lo è in virtù della cosa che egli riesce a far sua” (cit. in Frankl, 1978, p. 181). Così come tornano di profonda e fiduciosa attualità le parole di Kierkegaard, anch’esse fatte proprie da Frankl: “Ahimè, la porta della felicità non si apre verso l’interno così che a slancirsi contro di essa non serve a nulla; ma essa si apre verso l’esterno e perciò non c’è nulla da fare” (Kierkegaard 1972, p. 10).

     Un giorno di tanti secoli fa, un rabbino, appartenente a un movimento mistico ebraico, entrò nella sala in cui alcuni studenti della legge stavano, di nascosto, giocando a dama. Timorosi al suo apparire, i ragazzi misero subito da parte la scacchiera con le pedine. Il rabbino se ne accorse e, invece di rimproverarli, volle dare loro una lezione di vita, tratta proprio dal gioco che stavano facendo. E chiese loro: “Sapete dirmi quali sono le regole della dama?”. I ragazzi restarono perplessi e non sapevano che cosa rispondere. Al che egli soggiunse: “Ebbene, ve le spiego io. Le regole del gioco della dama sono tre: 1) Fare un passo per volta; 2) Si può andare solo avanti; 3) Una volta arrivati in alto, si può andare dove si vuole“.

     L’augurio è che ognuno di noi, alimentando e qualificando la propria concezione della vita con il contributo della logoterapia di Frankl, sia capace di procedere per piccoli passi, andando sempre avanti, mirando con costanza e con impegno alla realizzazione di incontri unici e originali, capaci di inondare la vita di senso e di speranza.

 

 

Riferimenti bibliografici

FRANKL V.E. (1925), Psychotherapie und Weltanschauung. Zur grundsätzlichen Kritik ihrer Beziehunen, in “Internationale Zeitschrift für Individualpsychologie”, 3, pp. 250-252.

FRANKL V.E. (1938), Zur geistigen Problematik der Psychotherapie, in “Zentralblatt für Psychotherapie und ihre Grenzgebiete”, 10, pp. 33-45.

FRANKL V.E. (1939), Philosophie und Psychotherapie. Zur Grundlegung einer Existenzanalyse, in “Schweizerische medizinische Wochenschrift”, 69, pp. 707-709.

FRANKL V.E. (1977), Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia.

FRANKL V.E. (1978), Teoria e terapia delle nevrosi, Morcelliana, Brescia.

FRANKL V.E. (1988), Viktor Frankls Rede zum Gedenken an die Märztage 1938, in “Bulletin der Gesellschaft für Logotherapie und Existenzanalyse”, 5, n. 2, pp. 4-6.

FRANKL V.E. (1990), Dio nell’inconscio. Psicoterapia e religione, Morcelliana, Brescia.

FRANKL V.E. (1993), Ciò che non è scritto nei miei libri. Appunti autobiografici, in: FIZZOTTI E. (Ed.), “Chi ha un perché nella vita…”. Teoria e pratica della logoterapia, LAS, Roma, pp. 83-106.

FRANKL V.E. (1997), La vita come compito. Appunti autobiografici, SEI, Torino.

FRANKL V.E. (1998), Senso e valori per l’esistenza. La risposta della Logoterapia, Città Nuova, Roma.

FRANKL V.E. (2000), Le radici della logoterapia. Scritti giovanili 1923-1942, a cura di FIZZOTTI E., LAS, Roma.

GUARDINI R. (1992), Accettare se stessi, Morcelliana, Brescia.

KIERKEGAARD S. (1972), Aut Aut – 1. Diapsalmata, in: ID., Opere, Sansoni, Firenze.

PUNZI I. (1994), L’incontro nel servizio: alla ricerca di un perché. Vivere la speranza, in: FIZZOTTI E. – I. PUNZI, Solidarietà come ricerca di senso, Salcom, Brezzo di Bedero, pp. 65-72.

Viktor Frankl, viennese (1905 – 1997), è il fondatore della logoterapia.

Logoterapia significa cura attraverso la riscoperta del significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali.

La logoterapia è la terza scuola psicoterapeutica viennese ed ha una propria prassi clinica.

E’ diffusa in Italia e in numerose nazioni nel mondo.

 

“Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato”.

Viktor Frankl

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