Comunicazione tra genitori e figli

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                                  A cura del prof. Emilio Esposito

 

La comunicazione tra genitori e figli, fondamentale per la loro crescita ed il loro sviluppo, è soggetta alle diverse fasi del ciclo vitale che la famiglia attraversa. Dialogare con un bambino non è la stessa cosa che dialogare con un adolescente: cambia la relazione (da adulto-bambino ad adulto-giovane adulto), cambia il contenuto (c’è una maggiore contrattazione), e spesso, purtroppo, cambia la predisposizione del genitore all’ascolto ed alla comunicazione nei confronti del figlio adolescente considerato “ancora troppo piccolo” per poter prendere delle decisioni.

Relazionarsi con un bambino implica una costante condivisione educativa ed una certa congruità tra ciò che gli si comunica verbalmente e ciò che gli si comunica col non verbale: il bambino deve, cioè, comprendere che ciò che gli viene detto viene messo in pratica in primis dai genitori (modello di Winnicott) d’accordo sulle modalità e sui contenuti educativi.

Relazionarsi con un adolescente, scosso dai cambiamenti fisici e psichici propri di questa fase, spinto dalla ricerca e costruzione di una propria “identità” sociale, ancor prima che familiare, implica, invece, l’accettazione di un “nuovo adulto” altro da ciò che siamo o siamo stati alla sua età.

Non è sempre facile per un genitore che tanto ha investito sulla genitorialità, in termini economici quanto affettivi e soprattutto proiettivi, abbandonare l’idea che il figlio è “suo” e può continuare ad indirizzarlo come meglio crede.

Quante volte riusciamo ad ascoltarli senza esprimere giudizi? Senza prendere posizioni, dare consigli, o proporre frasi fatte e confezionate da esibire ?

   L’“ascolto efficace” è alla base della “relazione empatica” in cui, condivisa una preoccupazione od una problematicità, l’adulto, ponendosi nei panni del figlio, lo aiuta ad analizzare risorse ed ostacoli delle possibili soluzioni, rimandando però a lui la scelta della soluzione che ritiene migliore in quella situazione.

 

                           Nella comunicazione empatica genitori-figli, è fondamentale:

  1. a)   Ascoltare le emozioni e non i fatti: un figlio preoccupato, triste o in difficoltà , non ha la capacità di esprimere al meglio le sue emozioni. E’ necessario, pertanto, sintonizzarsi sul versante emozionale per “sentire” e “farsi sentire”.
  2. b)     Osservare la postura del corpo durante l’ascolto: il corpo si esprime benissimo anche quando mancano le parole o il coraggio di comunicarle. Di fronte ad una emozione negativa, infatti, la postura si trasforma diventando rigida, ripiegata, contratta.
  3.  c) La posizione dell’adulto, invece, deve trasmettere attenzione (proiettato verso il bambino ); una postura rilassata e lontana, può trasmettere l’idea di essere distratti e poco motivati ad accogliere il messaggio .
  1. c)     Evitare di drammatizzare: farsi prendere dal panico o sentirsi impotenti rispetto alla sofferenza del figlio, non offre validi punti di riferimento e non stimola la fiducia nei “grandi”.

La forza dell’adulto serve a facilitare lo scarico delle tensioni evitando di moltiplicarle con le proprie ansie.

  1. d)    Evitare di usare i perchè: l’uso dei perché denota l’indagine, l’inquisizione e quindi il giudizio. Porre delle domande usando “ che cosa”, “come” “ di che cosa” , apre maggiormente al dialogo ed elimina i sensi di colpa (“Cosa succede”- “Cosa hai pensato quando”-“Come hai vissuto la cosa” “Di che cosa hai paura” “Di che cosa hai bisogno”).

 

Dopo aver costruito un quadro emotivo  quasi completo ( non interpretando ma unificando le informazioni), si può passare a chiedere :

 

   1) “Quale può essere una soluzione”

                                                    

   2) “Cosa puoi fare”

                                                                            

  3) “Cosa posso fare”

                                                                                                      

 4)“Come posso aiutarti”

La comunicazione assume un altro significato , il figlio vive la sua difficoltà in modo attivo e sente di poter avere delle competenze. Il problema viene vissuto, quindi, come temporaneo e aperto alla soluzione.

Solitamente, all’arrivo della pubertà, i figli manifestano un cambiamento nello stile della comunicazione che non di rado va proprio in direzione di una caduta del dialogo: molti sembrano realmente cessare di parlare di sé con i propri genitori.

È una fase naturale dello sviluppo personale, poiché ora il figlio avverte il bisogno di mantenere alcuni suoi vissuti in uno “spazio interno riservato”, e insieme di sperimentare l’esperienza nuova di una confidenza con coetanei.

Questa temporanea caduta del dialogo, così come dimostrato da numerosi studi, tenderà a tornare simile allo stile precedente a meno che non si associ con altri segnali importanti di disagio.

Pur essendo un passaggio obbligato nella crescita verso l’individuazione, molti genitori tendono a cercare ogni mezzo per porvi rimedio: dall’“elemosinare” qualche parola al porsi di continuo domande sui propri possibili “errori”.

Accertato che si tratta di una fase di sviluppo di per sé non preoccupante, è opportuno recuperare serenità e apertura senza venir meno al proprio ruolo genitoriale, pertanto occorre:

  1. a)     Mantenete i punti fermi stabiliti con tranquillità, senza“barattarli” con una promessa di    dialogo;
  2. b)     Accettare con piacere ma anche con naturalezza i (rari) momenti di apertura di vostra/o figlia/o
  3. c)     Non sollecitare pesantemente e ripetutamente vostra/o figlia/o a “parlare”;
  4. d)     Non interpretare il suo silenzio come un segno certo di disagio;
  5. e)     Non sottolineare con enfasi i (rari) momenti di apertura.