Che cos’ è l’empatia secondo il metodo non direttivo di Rogers

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A cura del prof. Emilio Esposito / Teologo

 Counselor Sistemico Relazionale Familare

Formatore professionista A.I.F. ( Area delle professioni Sociali)

Esperto in Tecniche Energetiche e Logoterapia

Secondo il metodo nn direttivo di Rogers il terapeuta, nel promuovere il processo di modificazione

della personalità del paziente, si affida non a tecniche o all’interpretazione, ma all’empatia, concetto

cardine dell’impianto rogersiano.

L’empatia (da empateia, passione) viene intesa come la comprensione dell’altro che si realizza immergendosi nella sua soggettività, senza sconfinare nella identificazione. Il terapeuta è capace di considerazione o accettazione positiva incondizionata verso il paziente, nella misura in cui sente di accettare ogni aspetto dell’altro, ogni sentimento – espresso o non espresso – sia quelli negativi, anormali che quelli buoni.

Se questa assenza di giudizio è presente, il terapeuta potrà avere una comprensione empatica di quanto il paziente sente a livello cosciente.

Rogers sottolinea il fatto che il terapeuta può sentire il mondo dell’altro come se fosse proprio, senza perdere di vista mai tale qualità del “come se”.

Sentire l’ira, la paura, l’odio, il turbamento dell’altro senza aggiunte proiettive.

Non direttività significa rispetto della libertà e dell’autodeterminazione del cliente e contemporaneamente autoeducazione continua del terapeuta, che è in continua crescita, seppure dolorosa ma arricchente.

Secondo Kohut la funzione empatica è ciò che ci permette di osservare la realtà psichica nostra e delle altre persone. Il bisogno di empatia perdura tutta la vita. E’ un bisogno fondamentale , un nutrimento psicologico generato dalla paura di autoesclusione dal mondo. L’empatia è essenziale per mantenere la salute mentale e la presenza di fenomeni empatici tra madre e figlio, fondamentale per l’attaccamento sicuro nella prima infanzia. L’ambiente empatico è condizione necessaria per conservare la coesione del se e l’autostima. Identificazione ed empatia

Mentre l’identificazione è un meccanismo che mettiamo in atto per evitare sentimenti di angoscia, colpa o perdita, prendendo la scorciatoia della confusione tra noi e l’altro, l’empatia serve piuttosto a sentire e comprendere queste condizioni interne.

La differenza fondamentale sta nel livello di consapevolezza presente: chi si identifica normalmente non è conscio mentre chi empatizza si. Quindi mentre l’identificazione è un processo prevalentemente inconscio, l’immedesimazione empatica accade invece a livello conscio e preconscio

è un evento transitorio e non sostitutivo, pertanto prevede la consapevolezza della separazione. Ciò permette di imparare ad entrare ed uscire dall’atteggiamento empatico. Il maggior ostacolo che l’analista deve affrontare in seduta, sembra essere la paura dei propri sentimenti, e delle proprie emozioni, il che attiva difese tra cui l’identificazione per eluderli. Questo può ostacolare o impedire l’ascolto empatico. Imparare a mettere in ballo la propria vita affettiva a coinvolgersi sul piano del sentire profondo, comporta il reggere un lutto profondo: la caduta dell’arcaica illusione onnipotente di poter controllare i propri affetti fino a poterli decidere.

Si nasce empatici?

Durante i mie approfondimenti sull’argomento mi sono imbattuta in un libro di Rosemberg sulla comunicazione non violenta. A questo proposito cito il suo pensiero al riguardo:

“ Poiché credo che faccia parte della nostra natura umana, il provare gioia nel dare e nel ricevere con empatia, due domande mi hanno interessato nel corso della maggior parte della mia vita.

Che cos’è che ci fa allontanare dalla nostra natura empatica portandoci a tenere comportamenti

violenti e strumentalizzati?

E cos’è invece che permette ad alcune persone di rimanere collegate alla loro natura empatica anche nelle circostanze più difficili?

Di cosa stiamo parlando?

Si tratta di ( in estrema sintesi) di apprendere o meglio ritrovare la capacità che tutti abbiamo in quanto parte della natura umana di osservare e circostanziare i fatti, distinguendoli dai giudizi e dalle valutazioni porre l’attenzione sui sentimenti e sui bisogni profondi propri ed altrui, trasformare

i pensieri e i messaggi propri ed altrui di giudizio, di critica di colpa nelle individuazioni dei sentimenti e dell’energia vitale che vi stanno sotto ( bisogni, valori, aspettative, pensieri; esprimere richieste chiare e concrete che possono arricchire la vita)”.

Come si sviluppa l’empatia

E’ possibile rintracciare il germe dell’empatia sin dalla prima infanzia. Si è visto che dal giorno stesso della nascita i neonati sono turbati dal pianto di un altro bambino e addirittura i bambini intorno all’anno di età imitano la sofferenza altrui.

Sembra che alla base dell’empatia ci siano i processi di sintonizzazione e desintonizzazione che caratterizzano le prime fasi del rapporto madre-figlio e che consentono al bambino di sentirsi compreso. La prolungata assenza di sintonie emozionali tra genitori e figli impone al bambino un

costo enorme in termini emozionali. Quando un genitore non riesce a mostrare empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino: gioia, pianto, bisogno di essere cullato, questi comincia ad evitare di esprimerle e forse anche di provarle.

In questo modo presumibilmente numerose emozioni cominciano ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime soprattutto se anche in seguito durante l’infanzia questi sentimenti continuano ad essere copertamente o apertamente scoraggiati o non visti e riconosciuti

E’ soprattutto Daniel Stern che ha introdotto nelle sue ricerche sull’ interazione madre-bambino i colori e le tonalità di questo rapporto. Alcuni termini da lui usati fanno parte ora del linguaggio psicologico “comune”. Come ad esempio “sintonizzazione affettiva”, dall’autore descritta in termini molto particolari come ” l’esecuzione di comportamenti che esprimono la qualità di un sentimento condiviso senza tuttavia imitarne l’esatta espressione comportamentale” , e che tuttavia oggi ha assunto un significato più e generalizzato di capacità di entrare in risonanza affettiva con l’altro senza esserne inglobato.

Altro termine è “affetti vitali” il quale cerca di rappresentare il “colore” legato ad alcuni gesti, ad alcune routines, a frasi, parole che contengono al loro interno una dimensione relazionale affettiva e un sentimento che si traduce nel far sentire qualcosa di tonico emotivo al bambino.

Così il “mondo degli affetti” che definisce la qualità emotiva-affettiva dentro la quale il bambino è inserito. In questo senso sono stimolanti le ricerche sulle EMOZIONI POSITIVE come il dato centrale della spinta evolutiva del bambino. Non si parla più, quindi, di pulsioni come motore dello sviluppo ma questo è rappresentato dalla ricerca di vivere e rivivere emozioni positive insieme ad un altro. L’interazione con il mondo degli adulti è guidata in modo principale dalla ricerca di emozioni positive da con-dividere. Il desiderio , in questo senso “implica un’insieme di aspettative e uno scenario immaginario all’interno del quale vi sono gli obiettivi e le azioni degli altri in relazione a sé stesso e, spesso, gli esiti piacevoli e positivi di tali relazioni” .

Questa frase riferita al bambino potrebbe essere nel contempo riferita ai genitori e al loro desiderio di vivere emozioni positive con il proprio figlio. E’ questa la base psicodinamica della funzione affettiva. E tutto questo rimanda alla dinamica affettiva del desiderio dentro la relazione affettiva. Si pensi, per inciso, a come l’attuale ricerca sulle emozioni positive possa avere una ricaduta estremamente importante negli interventi clinici con il bambino visti quindi non solo come spazio dove elaborare le difficoltà relazionali ma come spazio dove il bambino può vivere nuove emozioni positive perché è attorno a queste che si coagula il suo mondo affettivo e relazionale.

Il contributo di Daniel Stern

Il bambino che emerge dalle ricerche di Stern: è attivamente impegnato nella ricerca degli stimoli in grado di regolare, con il contributo materno, il loro eccesso o carenza per raggiungere livelli ottimali di stimolazione.

E in grado di sperimentare dalla nascita il processo di emergenza di un’organizzazione interna, attraverso il collegamento di esperienze isolate che vengono sperimentate attraverso la percezione amodale. È predisposto all’interazione sociale.

Il principio organizzatore dello sviluppo è il senso di sé, che si sviluppa in varie modalità da intendersi non come stadi successivi, ma come prospettive soggettive organizzanti, in relazione ai momenti di crescita discontinua che si verificano nei primi anni di vita (nel corso del periodo preverbale, dalla nascita ai due anni), mano a mano che emergono nuove capacità, nuove funzioni, nuovi comportamenti.

La fase formativa di ogni senso del Sé si compie in un periodo definito, detto periodo sensibile, durante il quale eventuali distorsioni possono ingenerare patologie successive nell’area del senso di Sé.Dalla nascita al l° mese di vita: il senso di Sé emergente e la Relazione emergente.

Dal 2° mese al 4° mese di vita: il senso di Sé nucleare e la Relazione

  • nucleare
  • un sé agente,
  • un sé dotato di coesione,
  • un sé affettivo,
  • un sé storico dal 5° mese al 9° mese di vita: il senso di
  • Sé soggettivo e la relazione intersoggettiva. dal 10° mese al 18° mese di vita: il senso di Sé verbale e la Relazione verbale

Fin dalla nascita sono osservabili nel bambino stati di inattività vigile in cui si dispiega la sua capacità di stabilire interazioni sociali attraverso la messa in atto di: comportamenti sociali innati (sguardo, sorriso, pianto, attivazione dell’apparato visivo -motorio) attraverso i quali, mediante l’attivazione dei comportamenti sociali della madre, il neonato ricerca attivamente la stimolazione sensoriale, manifesta precise preferenze e inclinazioni. processi affettivi e cognitivi strettamente interconnessi, mentre compito primario appare la regolazione fisiologica e la ricerca dell’omeostasi.

All’interno delle “danze interattive” che madre e bambino costruiscono insieme si producono comportamenti del tipo “tema con variazione” (linguaggio, movimenti, espressioni, sono tutti eseguiti con una certa ripetitività e alterazione moderata da essa)

Queste particolari forme di interazione tendono a: regolare i livelli ottimali di stimolazione di cui il bambino ha bisogno permettendogli di organizzare l’esperienza sulla base di costanti – isole di coerenza-

Dunque il bambino cresce acquisendo un repertorio sempre più ampio di ricordi interiorizzati, di astrazioni di ricordi, di modelli e sperimenta il processo dell’emergere di una organizzazione. Questa esperienza è detta senso di un Sé emergente in cui punto di riferimento è: il corpo, la sua unità, le sue azioni, i suoi stati interni, e il ricordo di tutto ciò

Dopo il primo mese il bambino ha a disposizione una serie di esperienze di Sé. Egli si percepisce come;

  • un Sé agente,
  • un Sé dotato di coesione,
  • un Sé con tono affettivo,
  • un Sé dotato di continuità

e queste quattro esperienze di Sé concorrono a formare il senso di un Sé nucleare.

Sono opportunità fondamentali per la formazione di un tale senso di Sé i comportamenti della madre enfatici, ripetitivi con variazioni ed oscillazioni in quella interazione diadica col bambino in cui entrambi i partner cooperano nel mantenere il livello ottimale di stimolazione-attenzione-eccitazione (arousal).

Il senso di un Sé agente si basa:

  • sulla volizione che precede l’atto motorio,
  • sul feed-back propriocettivo,
  • sulla previsione delle conseguenze dell’atto
  • il suo organizzatore è la memoria motoria.

Il senso di un Sé dotato di coesione si fonda sulla capacità innata nel bambino di cogliere la Coerenza del movimento, della struttura temporale, del profilo di intensità, della forma, il suo organizzatore è la memoria percettiva.

Il senso di un Sé affettivo si fonda sulla capacità di memorizzare: sensazioni interne di arousal (risveglio di attivazione), qualità del sentimento specifico, feed-back propiocettivi di particolari mimiche.

Il senso di Sé storico si fonda sulla memoria che determina il senso di continuità dell’esperienza.

Come la percezione amodale è l’organizzatore del senso di Sé emergente, così la memoria è l’organizzatore del senso di Sé nucleare Stern critica:le teorie che descrivono questo periodo della vita come caratterizzato da una prolungata indifferenziazione non esiste in quanto non dimostrabile attraverso l’osservazione, un vissuto di fusione-indifferenziazione con l’altro. L’osservazione testimonia che il comportamento della madre è complementare rispetto a quello del bambino; d’altro canto il neonato sperimenta la costanza dei suoi vissuti come pure la costanza dei comportamenti dell’altro.

Rispetto al modello mahleriano e a quello degli psicologi del Sé, l’integrità e la differenziazione del Sé nucleare rispetto alla consapevolezza dell’altro nucleare non è messa in discussione, l’altro non emerge da una unità indistinta e indifferenziata,ma si definiscono mano a mano che si definisce il senso di Sé.

L’attaccamento e le prime fasi dello sviluppo

L’esistenza di sistema comportamentale di attaccamento nei primati e in particolare nella specie umana e oggi accettata da tutti gli studiosi, Bowlby (1969) cui va il merito delle prime definizioni del comportamento di attaccamento riteneva che il suo scopo fosse la protezione dai predatori e che fosse essenzialmente perseguito con il mantenimento della vicinanza a uno dei membri adulti della propria specie, identificato come figura protettiva. Una volta identificata tale figura il piccolo cerca di rimanergli vicino e di aumentare la vicinanza in condizione di pericolo.

La figura di attaccamento è in genere la madre biologica, ma non sempre esiste una sola figura di attaccamento: se la madre non è disponibile il piccolo si rivolgerà a figure sostitutive.

Altri studiosi hanno ampliato lo scopo del comportamento di attaccamento dalla protezione dai predatori a funzioni multiple di sopravvivenza, quali: il mantenimento di condizioni favorevoli di temperatura, l’accesso al cibo, la prevenzione da ogni pericolo. Ma il punto cruciale dell’attaccamento della specie umana sta nel fatto che, attraverso la relazione con la figura di attaccamento, il piccolo acquisisce le condizioni essenziali per la sua sopravvivenza.

Imparare è lo scopo fondamentale della relazione di attaccamento e lo rende un passaggio obbligato nell’itinerario di umanizzazione del piccolo.

La figura di attaccamento è in genere la madre biologica, ma non sempre esiste una sola figura di attaccamento: se la madre non è disponibile il piccolo si rivolgerà a figure sostitutive.

Altri studiosi hanno ampliato lo scopo del comportamento di attaccamento dalla protezione dai predatori a funzioni multiple di sopravvivenza, quali: il mantenimento di condizioni favorevoli di temperatura, l’accesso al cibo, la prevenzione da ogni pericolo. Ma il punto cruciale dell’attaccamento della specie umana sta nel fatto che, attraverso la relazione con la figura di attaccamento, il piccolo acquisisce le condizioni essenziali per la sua sopravvivenza. Imparare è lo scopo fondamentale della relazione di attaccamento e lo rende un passaggio obbligato nell’itinerario di umanizzazione del piccolo.

L’importanza del comportamento di attaccamento è tale che i bambini piccoli sono impegnati per gran parte del loro tempo in attività ad esso connesse e lo mantengono costantemente attivo: anche quando non ne

sono consapevoli, i bambini prestano attenzione alla localizzazione fisica della figura di attaccamento e alla sua accessibilità.

Non si tratta solo di sapere dove essa si trovi , ma anche di imparare quali strategie siano efficaci al fine di mantenere il contatto.

Nelle ripetute esperienze di scambio il piccolo può, ad esempio, imparare che quella specifica figura di attaccamento rifiuta la vicinanza oppure l’accetta in caso di bisogno: il bambino quindi, dovrà individuare la strategia migliore. Il piccolo deve sapere sia dove la figura di attaccamento si trova sia come avvicinarsi a lei in modo efficace.

Il comportamento di attaccamento è reso attivo da tutte le circostanze esterne ( pericoli) o interne(debolezze, malattie ecc..) che rendono il piccolo vulnerabile. Egli ha quindi bisogno di un sistema cognitivo in grado di valutare tali circostanze. Il comportamento di attaccamento nella specie umana fa parte del corredo comportamentale ambientale stabile secondo la terminologia di Hinde (1966) e come tale presenta queste caratteristiche:

a) segue uno schema simile in quasi tutti i membri di una stessa specie;

b) costituisce non una semplice risposta ad un singolo stimolo, ma una sequenza

comportamentale di complessità crescente a seconda dello sviluppo del singolo individuo;

c) alcune sue conseguenze contribuiscono in modo evidente alla

conservazione dell’individuo;

d) si sviluppa anche quando tutte le normali occasioni di

apprendimento sono misere.

Bowlby afferma che il comportamento di attaccamento caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba (1979).

Quello che ci preme sottolineare, è il fatto che la relazione di attaccamento, come prima relazione,abbia delle influenze sulle relazioni successive.

Interazione madre-bambino

Negli ultimi 15 anni la ricerca sui processi di interazione madre-bambino ha subito notevoli cambiamenti, considerando il neonato non più come recettore passivo dell’ambiente, quasi fosse un prodotto della stimolazione ambientale, incapace di interazioni sociali complesse, ma piuttosto come polo attivo nello scambio diadico di comunicazione con la madre (Trevarten).

Viene ora riconosciuto che il bambino nei primissimi momenti della sua ontogenesi, presenta alcune ritmicità di comportamento cui gli adulti si adattano spontaneamente, il neonato può essere preprogrammato all’incontro sociale con un partner della specie, e quindi possiede un corredo di segnalazioni innate utili a tale scopo.

Vengono avanzate ipotesi che riecheggiano, da un punto di vista biologico, le concezioni della psicoanalisi, ad esempio le posizioni di Klein, e cioè che il neonato abbia, per quanto riguarda lo scambio sociale, potenzialità innate di rapporto e sia già naturalmente motivato a intrattenere scambi comunicativi con un partner.

Tale concezione (Trevarten) che sottolinea le iniziali potenzialità possedute precocemente dai piccoli della nostra specie, sposta inevitabilmente a fasi più iniziali dell’ontogenesi infantile le interazioni significative, e il comparire di sequenze comportamentali nella diade madre-bambino.

Inoltre un approccio più globale allo studio dei comportamenti di interazione madre-infante, secondo metodi di osservazione e registrazione dei comportamenti in ambiente spontaneo, ha messo in evidenza, la possibilità, di individuare sia andamenti di norma nei comportamenti diadici, sia differenze di interazioni tra partners di diadi seguiti in modo longitudinale.

Occorre inoltre sottolineare che la fiducia nella competenza e nella capacità di interazione del neonato si fonda su una rinnovata conoscenza del cervello umano durante la fase della vita fetale e dopo la nascita.

Si tralascia il fatto che il bambino di due mesi non sia capace di formare un’ immagine adeguata della madre o un oggetto del mondo circostante. All’età di due mesi è fortemente attratto dalla madre, quando questa gli si avvicina, cerca il contatto occhio a occhio, e gli parla in modo affettuoso. Il neonato di solito risponde a questo tipo di approccio con sorrisi e vocalizzazioni cui la madre risponde in modo coordinato e appropriato, sviluppando uno schema di comunicazione molto simile ad un dialogo, che prevede inizio, culmine, fine, e pausa.

Le iniziative dei due partners in parte sono sincrone e in parte si alternano in uno scambio comunicativo ( a turno) in cui ognuno dei due prende l’iniziativa. E’ caratteristico il fatto che, allo stesso livello di età, il comportamento di un neonato diretto verso un oggetto inanimato, ad esempio un giocattolo appeso alla culla sia assai meno motivato che non lo scambio comunicativo con un membro della specie.

Tale interazione precoce definita intersoggettività primaria (Trevarten), viene considerata fondamentale sia per lo sviluppo delle capacità affettive che cognitive del piccolo e viene postulata come un insieme di competenze programmate, soprattutto efficaci per un adattamento soddisfacente all’ambiente fisico e sociale, fondato sullo scambio comunicativo. Per molto tempo la situazione di allattamento è stata considerata una situazione ottimale per gli scambi comunicativi madre-bambino, ma in realtà non sembra, dopo la ricca raccolta di dati sia in situazioni naturali sia in laboratorio sullo scambio comunicativo precoce, che si possa affermare una simile priorità: parrebbe infatti che gli scambi comunicativi più strutturati avvengano quando sia madre che bambino dimostrano la loro motivazione a comunicare mettendo in atto comportamenti di scambio espressivo, e questo al di fuori della routine dedicata alle cure materne.

E’ interessante notare come diverse situazioni, qualora la madre si avvicini al piccolo, lo guardi e gli parli gentilmente sorridendogli assumono una particolare capacità di provocare risposte nel piccolo.

Ad esempio, dalla ricerca (Cordero De Stefano 1983) compiuta su diadi madre-bambino al secondo giorno all’inizio del terzo mese di vita durante l’allattamento le categorie di comportamento materno che risultano avere una maggiore probabilità di provocare un feedback e che provocano solitamente risposte evidenti nel neonato sono i comportamenti avvolgenti come far sedere il piccolo sulle ginocchia, cullarlo, chinarsi verso di lui, mentre gli interventi verbali rivolti dalla madre verso il piccolo sono scarsamente efficaci in questa situazione.

Il comportamento di parlare della madre si dimostra invece, insieme al sorridere, una delle categorie strutturanti nel rapporto di intersoggettività primaria nel secondo tipo di situazione.

L’angoscia di separazione

Nella teoria psicoanalitica non vi è concetto più importante di quello dell’angoscia; inoltre tutti gli analisti sono d’accordo nel dire che l’angoscia non può essere descritta semplicemente come conseguenza di una minaccia proveniente dall’esterno; sembra invece che nel fenomeno intervengano prevalentemente alcuni processi che in genere sono considerati di origine interiore e istintiva.

Quando noi consideriamo quel che gli analisti per angoscia di separazione ci troviamo di fronte a molte e diverse formulazioni: ciascuna di esse influenzata dall’opinione dell’analista riguardo alla natura e all’origine dell’angoscia; inoltre il grado di importanza attribuito all’angoscia di separazione presenta grandi variazioni.

Per alcuni autori, come Hermann, Fairbairn, l’angoscia di separazione è l’angoscia primaria più importante; altri, come Freud nei suoi primi e nei suoi più recenti lavori, sono propensi a pensare la stessa cosa, altri ancora come Melanie Klein e i suoi allievi sono convinti che l’angoscia di separazione debba essere considerata un fenomeno secondario e, in ogni caso meno importante di altre angosce primitive.

Bowlby afferma che il motivo dominante che lo induce a intraprendere uno studio sistematico su questo argomento è la necessità di trovare un nesso tra l’osservazione del comportamento affettivo dei bambini piccoli di fronte alla separazione della madre e la teoria tradizionale generalmente ammessa.

Gli studi compiuti in proposito dimostrano che, nella serie di comportamenti comunemente osservabili nei bambini, una delle variabili da prendere in considerazione è l’età del bambino, o meglio la fase di sviluppo che egli sta attraversando quando avviene la separazione o si determina il trauma affettivo equivalente.

Una separazione effettiva o simbolica della madre, durante i primi due o tre mesi di vita produce di rado turbamenti gravi nel lattante.

L’angoscia che si osserva nel bambino piccolo separato dalla persona che ama, pensa Freud, costituisce un esempio poiché, in tale situazione la libido del bambino resta insoddisfatta. Freud quindi, afferma che il bambino trasforma la libido in angoscia.

L’angoscia infantile ha ben pochi rapporti con l’angoscia reale, il timore di un vero pericolo, ma si ricollega all’angoscia dell’adulto.

Afferma inoltre che l’angoscia è una ripetizione del trauma sperimentato alla nascita, ciò non toglie che l’angoscia sofferta dal bambino quando si separa da sua madre sia al centro stesso della teoria. Questo trauma non giungerà mai a sostituirsi nel pensiero di Freud, all’angoscia derivante dalla separazione del bambino dalla madre, ma verrà ad acquistare un‘importanza pari a quest’ultima.

A tal proposito fa un esempio: il suo nipotino di 18 mesi si impadroniva di ogni sorta di piccoli oggetti per lanciarli negli angoli e sotto il letto, con un ‘espressione che sembrava voler dire “è andato via”. Si ebbe una conferma di questo significato quando poco dopo il bambino, tendendo in mano una cordicella alla quale era attaccato un rocchetto, la lanciava in avanti con l’aria di voler dire “è andata via”, poi la tirava di nuovo a se con un allegro “qui”!

Questo giochetto insieme al fatto che il bambino era attaccato a sua madre indusse Freud a dare un’interpretazione. Il bambino infatti senza protestare aveva lasciato che sua madre si allontanasse, dava, per così dire, una compensazione a se stesso, rappresentando in una scena la scomparsa degli oggetti e il loro ritorno.

Tuttavia può darsi che, l’osservazione di quel giochetto probabilmente di altri, abbia reso più chiaro a Freud il legame del bambino con la madre inducendolo a riflettere sul problema dell’angoscia.

Abbandonerà quindi quella ipotesi favorita, secondo la quale l’angoscia rappresenterebbe una trasformazione diretta della libido.

Il contatto fisico come contatto empatico

La maggior parte delle volte comunichiamo più efficacemente col nostro corpo, con la gestualità, con le espressioni del viso, con il tono della voce, che con le parole e, in generale, una buona comunicazione dovrebbe avvenire tenendo conto di tutte le vie di comunicazione.

Se chiediamo a nostro figlio “per favore” con tono di sfida, mettendo le mani sui fianchi come un vigile e arcuando le sopracciglia, il “per favore” scompare, anzi diventa un elemento negativo che anche nelle comunicazioni successive verrà inevitabilmente sminuito.

Se invece utilizziamo tutti i canali a nostra disposizione per comunicare, in modo che vadano nella stessa direzione e siano perfettamente integrati, avremo ottime possibilità che la comunicazione vada a buon fine.

Per esempio: chiedere al vostro bambino ““per favore< negli guardate lo mentre gentilezza, con> occhi sorridendo e lo abbracciate è una modalità di comunicazione sia corporea sia verbale efficace.

Il contatto fisico è uno strumento di comunicazione potentissimo, perché con esso non comunichiamo soltanto concetti, ma trasmettiamo il nostro “sentire“, il nostro “essere“, la nostra vita. Ai bambini della nostra società viene regolarmente negato il minimo sindacale di contatto fisico fin dai primi momenti della loro vita: quando nascono, al posto che starsene beati tra le braccia della mamma e poppare quando più piace a loro devono essere lavati, puliti e stirati il prima possibile, non parliamo del caso in cui nascano sottopeso: avrebbero un bisogno ancora maggiore di stare con la mamma, ma vengono messi da soli in incubatrice quasi tutto il giorno.

Quando sono a casa devono imparare a stare la maggior parte del giorno nella carrozzina o nella culla, soprattutto la notte, perché se no sono bambini “viziati“.

Alla scuola materna, se non stanno fermi un attimo, sono bambini  incontenibili.

Alla scuola elementare (quanto di peggio si possa augurare al corretto e sano sviluppo del bambino) al bambino che non sa stare fermo al suo posto per 8 ore al giorno viene prescritto il Ritalin, perché ha qualcosa che non va.

Qualcosa che non va invece ce l’abbiamo noi adulti, che dovremmo garantire al bambino il massimo possibile di contatto fisico e di movimento! Quando nasce dovremmo sempre portarlo con noi, allattarlo a richiesta e tenerlo nella fascia o nel marsupio per la maggior parte del giorno. Quando comincia a crescere dovremmo lasciarlo andare nella misura in cui lo chiede e riprenderlo tra le braccia tutte le volte che torna da noi. Un bambino non è mai abbastanza grande per stare “giù dalle braccia“.

Mamma e bimbo condividono lo stesso “campo energetico” fino almeno ai primi 3 anni di vita del bambino, età dal quale comincia a differenziarsi (comincia, non finisce). Qualsiasi elemento turbi la madre, turba anche il figlio. Qualsiasi eccesso di energia del bambino (che non è ancora in grado di scaricarsi da solo) passa attraverso il corpo della madre. Se al bambino non è possibile “scaricare” questa energia in più cominciano i problemi: piange senza motivo, è “capriccioso“, è “iperattivo“, non riposa bene.

Basterebbe abbracciarlo, “contenerlo” (cioè stringerlo tra le braccia fino a che non si calmi), massaggiarlo, per ripristinare in lui il giusto equilibrio. I bambini hanno bisogno di calore e contatto, quasi più del nutrimento, a tutte le età.

Lo sviluppo della comunicazione prima del linguaggio

Il bambino comunica prima di saper padroneggiare il linguaggio?

La risposta a questa domanda è SI.

Il bambino è capace di comunicare intenzionalmente i propri desideri, bisogni e scopi utilizzando una varietà di gesti e vocalizzi. Il neonato infatti, è socialmente responsivo ma è anche socialmente attivo. In particolare, il pianto, il sorriso e l’espressione facciale del piccolo hanno un effetto sulle persone che se ne prendono cura, e vengono di norma interpretati come indicatori di disagio, gioia o piacere. Fin dai primi mesi di vita l’interazione faccia – a – faccia tra il bambino e la madre appare caratterizzata da sincronia, contingenza, coordinazione e alternanza di turni, tutte caratteristiche cherendono gli scambi madre – bambino armoniosamente sincronizzati dal punto di vista dei comportamenti motori, vocalici ed espressivi della madre e del bambino. Negli scambi precoci madre – bambino si realizza una comunicazione espressiva o affettiva, cioè la comunicazione riguarda la diade stessa piuttosto che un argomento o tema esterno alla coppia. Questa è la fase della comunicazione pre-intenzionale, in cui il bambino viene trattato come partner comunicativo dall’adulto ma non è ancora tale in forma intenzionale.

La comunicazione intenzionale compare verso la fine del primo anno di vita (9-10 mesi circa) e rappresenta la tappa davvero cruciale dello sviluppo comunicativo del bambino. In uno studio della fine degli anni ’80, alcuni autori hanno individuato dunque queste due fasi nello sviluppo pre-linguistico, e precisamente.

1) fase PRE-INTENZIONALE: in cui il bambino produce comportamenti (pianti, sorrisi, vocalizzi, ecc…) che possono assumere il valore di segnali per l’interlocutore adulto ma che non hanno ancora questo valore. Ad esempio, quando il neonato o il lattante piange disperato perchè ha fame o sonno e la madre accorre per nutrirlo o confortarlo,l’adulto non ha dubbi nell’interpretare il pianto come segnale di disagio e nell’agire di conseguenza, ma il bambino non è consapevole di produrre, piangendo, un segnale comunicativo;

2) fase INTENZIONALE, in cui il bambino sa produrre comportamenti che hanno per lui/lei valore di segnali, e li produce al fine di soddisfare i  propri scopi o i raggiungere particolari obiettivi. Ad esempio, egli indica con il dito una bottiglia di acqua poggiata sul tavolo, guardando alternativamente la bottiglia e la madre finchè quest’ultima interviene per dargli da bere, interpretando il gesto come una richiesta.

La comparsa dell’intenzione comunicativa si fonda sulla capacità di padroneggiare la nozione di “agente”, ovvero riconoscere gli esseri umani come soggetti autonomi, capaci di attivarsi per soddisfare una varietà di scopi, sia propri che altrui.

Ma dunque qual è la relazione tra comunicazione pre-linguistica fin qui illustrata e l’acquisizione del linguaggio? In quale misura le conquiste compiute dal bambino nelle diverse fasi dello sviluppo comunicativo fungono da precursori per la successiva comparsa del linguaggio?

Gli studiosi si differenziano fra loro optando per una spiegazione che privilegia la continuità o piuttosto la discontinuità. Secondo i più recenti studi, le diverse fasi dello sviluppo comunicativo ci portano a caratterizzare la conquista del linguaggio come un processo lento e graduale, al quale contribuiscono altre capacità cognitive e sociali dell’individuo sia preesistenti che concomitanti alla comparsa del linguaggio.

Comunicare senza parole

In generale dunque possiamo affermare che il bambino possiede delle capacità comunicative anche prima di parlare. Vediamo ora quali sono gli strumenti a sua disposizione:

Il sorriso sociale Suoni, vocalizzi e lallazioni Gesti comunicativi

Il sorriso sociale

Nelle prime settimane di vita il neonato può produrre occasionalmente alcuni espressioni facciali che evocano nell’adulto il significato di emozioni come la felicità, la rabbia, il disgusto o il dolore.

In realtà esse sono prodotte al di fuori del contesto comunicativo. Tipico  al riguardo è il caso del sorriso endogeno, cioè prodotto spontaneamente durante le fasi di sonno.

Da distinguerlo da quello invece esogeno che compare soltanto più tardi, verso la fine del secondo mese di vita. A questa età il comportamento del neonato cambia drasticamente nel senso che egli appare molto interessato alle persone e comincia a coinvolgersi in sequenze faccia-a-faccia con gli adulti che si prendono cura di lui/lei.

A partire dai 3 mesi il sorriso del bambino diventa una risposta sociale selettiva in quanto:

a) viene rivolto preferenzialmente alle persone familiari piuttosto che agli estranei

b) si sincronizza con il sorriso del genitore o dell’adulto familiare diventando così un fenomeno reciproco.

In sintesi, nell’evoluzione del sorriso che osserviamo nei primi mesi di vita si possono individuare tre fasi:

1. il sorriso endogeno che si manifesta in assenza di stimoli identificabili,

2. il sorriso esogeno che è invece prodotto in risposta a stimoli visivi o acustici,

3. infine, il sorriso sociale prodotto come risposta specifica alle persone familiari con le quali i  bambino instaura uno scambio reciproco.

Suoni, vocalizzi e lallazione

Nelle prime due-tre settimane di vita il lattante produce soltanto suoni di natura vegetativa (ruttini, sbadigli…) e suoni strettamente legati al pianto.

Tra i 2 e i 3 mesi compaiono nuovi suoni (strilli, gorgoglii, suoni vocalici) che il neonato ha scoperto per caso e comincia a giocare in modo sistematico con questi suoni. Appaiono a questo punto anche le prime imitazioni vocaliche (vocalizzi NdR), che coinvolgono di solito il bambino e il genitore: imitando i suoni prodotti dal piccolo ci si può impegnare con lui/lei in uno scambio che comprende fino a quindici turni vocalici!!

Verso i 6-7 mesi compare la lallazione canonica: il bambino è in grado di produrre sequenze consonante-vocale (CV, CVCV) con le stesse caratteristiche delle sillabe (ad es. da, ma) oppure anche in modalità reduplicata (per es. dada). Verso i 10-12 mesi la maggior parte dei bambini produce strutture sillabiche complesse e lunghe che caratterizzano la cosiddetta lallazione variata (per es. dadu). Sempre a questa età compaiono i primi suoni simili a parole o proto-parole che, pur avendo una forma fonetica identica, assumono un significato specifico quando vengono utilizzate consistentemente in determinati contesti (ad es. il suono nanà prodotto in una situazione di richiesta). In genere, nei bambini che imparano l’italiano come lingua madre, la forma delle proto-parole e CV x 2 (come tata o papa). Ben presto il bambino impara ad imitare, pur con errori, qualsiasi parola di due o più sillabe.

Anche se è possibile identificare un corso di sviluppo normale nell’acquisizione della lallazione che è il risultato della facilità di articolazione e della salienza percettiva dei suoni, singoli bambini possono divergere da questo corso per cause legate sia alla particolare lingua che ascoltano che alla propria maturità fisica e funzionale. I bambini infatti differiscono tra loro non soltanto nei suoni che preferiscono produrre, ma anche nella stabilità di queste preferenze.

I gesti comunicativi

Negli ultimi mesi (9-12) del primo anno di vita, il bambino comincia ad utilizzare gesti come mostrare, offrire, dare e fare richieste ritualizzate ( ad es. estendere il braccio con la mano aperta e il palmo in su o in giù; aprire e chiudere il palmo della mano come un gesto di prensione a vuoto), che chiamiamo performativi o deittici. Essi esprimono una intenzione comunicativa e si riferiscono ad un oggetto/evento esterno, che tuttavia si ricava esclusivamente osservando il contesto. I gesti deittici sono accompagnati dallo sguardo diretto al destinatario del gesto; in alcuni casi il bambino guarda alternativamente il destinatario e l’oggetto/referente del gesto. Quindi la produzione di questi gesti hanno natura triadica (bambino-adulto-oggetto/evento), si tratta di segnali distali nel senso che il destinatario del gesto viene messo in azione non meccanicamente, attraverso il contatto diretto,ma attivato a distanza. I gesti implicano anche il contatto visivo e l’alternanza dello sguardo fra bambino e interlocutore. Infine bisogna dire che i gesti deittici vengono utilizzati sia per chiedere l’intervento o l’aiuto dell’adulto (funzione di richiesta) sia per attirare l’attenzione e condividere con l’interlocutore l’interesse per un evento esterno (dichiarazione).

A partire dai 12 mesi circa, fanno la loro comparsa un nuovo tipo di gesti, che chiamiamo referenziali o rappresentativi. Questi non soltanto esprimono un’intenzione comunicativa ma rappresentano anche un referente specifico, il loro significato cioè non varia in conseguenza del variare del contesto. Questi gesti nascono per lo più all’interno di routine sociali o di giochi con l’adulto e vengono appresi prevalentemente per imitazione. Nello stesso periodo, compaiono le prime parole, anch’esse molto legate al contesto e solo man mano si decontestualizzano. Quando il linguaggio verbale comincia a consolidarsi e il vocabolario raggiunge le 50 parole, l’uso dei gesti referenziali diminuisce gradualmente fin quasi a scomparire.

Tra gesti comunicativi deittici di particolare interesse è il gesto diindicazione sia perchè esso è universale sia perchè rappresenta uno dei mezzi più efficaci per comunicare in assenza di linguaggio.

Secondo il metodo non direttivo di Rogers il terapeuta, nel promuovere il processo di modificazione della personalità del paziente, si affida non a tecniche o all’interpretazione, ma all’empatia, concetto cardine dell’impianto rogersiano.

L’empatia (da empateia, passione) viene intesa come la comprensione dell’altro che si realizza immergendosi nella sua soggettività, senza sconfinare nella identificazione. Il terapeuta è capace di considerazione o accettazione positiva incondizionata verso il paziente, nella misura in cui sente di accettare ogni aspetto dell’altro, ogni sentimento – espresso o non espresso – sia quelli negativi, anormali che quelli buoni.

Se questa assenza di giudizio è presente, il terapeuta potrà avere una comprensione empatica di quanto il paziente sente a livello cosciente.

Rogers sottolinea il fatto che il terapeuta può sentire il mondo dell’altro come se fosse proprio, senza perdere di vista mai tale qualità del “come se”.

Sentire l’ira, la paura, l’odio, il turbamento dell’altro senza aggiunte proiettive.

Non direttività significa rispetto della libertà e dell’autodeterminazione del cliente e contemporaneamente autoeducazione continua del terapeuta, che è in continua crescita, seppure dolorosa ma arricchente.

Secondo Kohut la funzione empatica è ciò che ci permette di osservare la realtà psichica nostra e delle altre persone. Il bisogno di empatia perdura tutta la vita. E’ un bisogno fondamentale , un nutrimento psicologico generato dalla paura di autoesclusione dal mondo. L’empatia è essenziale per mantenere la salute mentale e la presenza di fenomeni empatici tra madre e figlio, fondamentale per l’attaccamento sicuro nella prima infanzia. L’ambiente empatico è condizione necessaria per conservare la coesione del se e l’autostima.

Identificazione ed empatia

Mentre l’identificazione è un meccanismo che mettiamo in atto per evitare sentimenti di angoscia, colpa o perdita, prendendo la scorciatoia della confusione tra noi e l’altro, l’empatia serve piuttosto a sentire e comprendere queste condizioni interne.

La differenza fondamentale sta nel livello di consapevolezza presente: chi si identifica normalmente non è conscio mentre chi empatizza si. Quindi mentre l’identificazione è un processo prevalentemente inconscio, l’immedesimazione empatica accade invece a livello conscio e preconscio è un evento transitorio e non sostitutivo, pertanto prevede la consapevolezza della separazione. Ciò permette di imparare ad entrare ed uscire dall’atteggiamento empatico. Il maggior ostacolo che l’analista deve affrontare in seduta, sembra essere la paura dei propri sentimenti, e delle proprie emozioni, il che attiva difese tra cui l’identificazione per eluderli. Questo può ostacolare o impedire l’ascolto empatico. Imparare a mettere in ballo la propria vita affettiva a coinvolgersi sul piano del sentire profondo, comporta il reggere un lutto profondo: la caduta dell’arcaica illusione onnipotente di poter controllare i propri affetti fino a poterli decidere.

Si nasce empatici?

Durante i mie approfondimenti sull’argomento mi sono imbattuta in un libro di Rosemberg sulla comunicazione non violenta. A questo proposito cito il suo pensiero al riguardo: “ Poiché credo che faccia parte della nostra natura umana, il provare gioia nel dare e nel ricevere con empatia, due domande mi hanno interessato nel corso della maggior parte della mia vita. Che cos’è che ci fa allontanare dalla nostra natura empatica portandoci a tenere comportamenti violenti e strumentalizzati? E cos’è invece che permette ad alcune persone di rimanere collegate alla loro natura empatica anche nelle circostanze più difficili?

Di cosa stiamo parlando?

Si tratta di ( in estrema sintesi) di apprendere o meglio ritrovare la capacità che tutti abbiamo in quanto parte della natura umana di osservare e circostanziare i fatti, distinguendoli dai giudizi e dalle valutazioni porre l’attenzione sui sentimenti e sui bisogni profondi propri ed altrui, trasformare i pensieri e i messaggi propri ed altrui di giudizio, di critica di colpa nelle individuazioni dei sentimenti e dell’energia vitale che vi stanno sotto ( bisogni, valori, aspettative, pensieri; esprimere richieste chiare e concrete che possono arricchire la vita)”.

Come si sviluppa l’empatia

E’ possibile rintracciare il germe dell’empatia sin dalla prima infanzia. Si è visto che dal giorno stesso della nascita i neonati sono turbati dal pianto di un altro bambino e addirittura i bambini intorno all’anno di età imitano la sofferenza altrui.

Sembra che alla base dell’empatia ci siano i processi di sintonizzazione e desintonizzazione che caratterizzano le prime fasi del rapporto madre-figlio e che consentono al bambino di sentirsi compreso. La prolungata assenza di sintonie emozionali tra genitori e figli impone al bambino un costo enorme in termini emozionali. Quando un genitore non riesce a mostrare empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino: gioia, pianto, bisogno di essere cullato, questi comincia ad evitare di esprimerle e forse anche di provarle.

In questo modo presumibilmente numerose emozioni cominciano ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime soprattutto se anche in seguito durante l’infanzia questi sentimenti continuano ad essere copertamente o apertamente scoraggiati o non visti e riconosciuti E’ soprattutto Daniel Stern che ha introdotto nelle sue ricerche sull’ interazione madre-bambino i colori e le tonalità di questo rapporto. Alcuni termini da lui usati fanno parte ora del linguaggio psicologico “comune”. Come ad esempio “sintonizzazione affettiva”, dall’autore descritta in termini molto particolari come ” l’esecuzione di comportamenti che esprimono la qualità di un sentimento condiviso senza tuttavia imitarne l’esatta espressione comportamentale” , e che tuttavia oggi ha assunto un significato più e generalizzato di capacità di entrare in risonanza affettiva con l’altro senza esserne inglobato.

Altro termine è “affetti vitali” il quale cerca di rappresentare il “colore” legato ad alcuni gesti, ad alcune routines, a frasi, parole che contengono al loro interno una dimensione relazionale affettiva e un sentimento che si traduce nel far sentire qualcosa di tonico emotivo al bambino. Così il “mondo degli affetti” che definisce la qualità emotiva-affettiva dentro la quale il bambino è inserito. In questo senso sono stimolanti le ricerche sulle EMOZIONI POSITIVE come il dato centrale della spinta evolutiva del bambino. Non si parla più, quindi, di pulsioni come motore dello sviluppo ma questo è rappresentato dalla ricerca di vivere e rivivere emozioni positive insieme ad un altro. L’interazione con il mondo degli adulti è guidata in modo principale dalla ricerca di emozioni positive da con-dividere. Il desiderio , in questo senso “implica un’insieme di aspettative e uno scenario immaginario all’interno del quale vi sono gli obiettivi e le azioni degli altri in relazione a sé stesso e, spesso, gli esiti piacevoli e positivi di tali relazioni” .

Questa frase riferita al bambino potrebbe essere nel contempo riferita ai genitori e al loro desiderio di vivere emozioni positive con il proprio figlio. E’ questa la base psicodinamica della funzione affettiva. E tutto questo rimanda alla dinamica affettiva del desiderio dentro la relazione affettiva. Si pensi, per inciso, a come l’attuale ricerca sulle emozioni positive possa avere una ricaduta estremamente importante negli interventi clinici con il bambino visti quindi non solo come spazio dove elaborare le difficoltà relazionali ma come spazio dove il bambino può vivere nuove emozioni positive perché è attorno a queste che si coagula il suo mondo affettivo e relazionale.

Il contributo di Daniel Stern

Il bambino che emerge dalle ricerche di Stern: è attivamente impegnato nella ricerca degli stimoli in grado di regolare, con il contributo materno, il loro eccesso o carenza per raggiungere livelli ottimali di stimolazione. E’in grado di sperimentare dalla nascita il processo di emergenza di un’organizzazione interna, attraverso il collegamento di esperienze isolate che vengono sperimentate attraverso la percezione amodale. È predisposto all’interazione sociale. Il principio organizzatore dello sviluppo è il senso di sé, che si sviluppa in varie modalità da intendersi non come stadi successivi, ma come prospettive soggettive organizzanti, in relazione ai momenti di crescita discontinua che si verificano nei primi anni di vita (nel corso del periodo preverbale, dalla nascita ai due anni), mano a mano che emergono nuove capacità, nuove funzioni, nuovi comportamenti. La fase formativa di ogni senso del Sé si compie in un periodo definito, detto periodo sensibile, durante il quale eventuali distorsioni possono ingenerare patologie successive nell’area del senso di Sé.

Dalla nascita al l° mese di vita: il senso di Sé emergente e laRelazione emergente

Dal 2° mese al 4° mese di vita: il senso di Sé nucleare e la Relazione nucleare

  • un sé agente,
  • un sé dotato di coesione,
  • un sé affettivo,
  • un sé storico dal 5° mese al 9° mese di vita: il senso di
  • Sé soggettivo e la
  • relazione intersoggettiva.

dal 10° mese al 18° mese di vita: il senso di Sé verbale e la Relazione verbale

Fin dalla nascita sono osservabili nel bambino stati di inattività vigile in cui si dispiega la sua capacità di stabilire interazioni sociali attraverso la messa in atto di: comportamenti sociali innati (sguardo, sorriso, pianto, attivazione dell’apparato visivo -motorio) attraverso i quali, mediante l’attivazione dei comportamenti sociali della madre, il neonato ricerca attivamente la stimolazione sensoriale, manifesta precise preferenze e inclinazioni. processi affettivi e cognitivi strettamente interconnessi, mentre compito primario appare la regolazione fisiologica e la ricerca dell’omeostasi. All’interno delle “danze interattive” che madre e bambino costruiscono insieme si producono comportamenti del tipo “tema con variazione” (linguaggio, movimenti, espressioni, sono tutti eseguiti con una certa ripetitività e alterazione moderata da essa)

Queste particolari forme di interazione tendono a: regolare i livelli ottimali di stimolazione di cui il bambino ha bisogno permettendogli di organizzare l’esperienza sulla base di costanti – isole di coerenza- Dunque il bambino cresce acquisendo un repertorio sempre più ampio di ricordi interiorizzati, di astrazioni di ricordi, di modelli e sperimenta il processo dell’emergere di una organizzazione. Questa esperienza è detta senso di un Sé emergente in cui punto di riferimento è: il corpo, la sua unità, le sue azioni, i suoi stati interni, e il ricordo di tutto ciò.

Dopo il primo mese il bambino ha a disposizione una serie di esperienze di Sé. Egli si percepisce come:

  • un Sé agente,
  • un Sé dotato di coesione,
  • un Sé con tono affettivo,
  • un Sé dotato di continuità

e queste quattro esperienze di Sé concorrono a formare il senso di un

Sé nucleare.

Sono opportunità fondamentali per la formazione di un tale senso di Sé i comportamenti della madre enfatici, ripetitivi con variazioni ed oscillazioni in quella interazione diadica col bambino in cui entrambi i partner cooperano nel mantenere il livello ottimale di stimolazione-attenzione-eccitazione (arousal).

 Il senso di un Sé agente si basa: sulla volizione che precede l’atto motorio, sul feed-back propriocettivo, sulla previsione delle conseguenze dell’atto il suo organizzatore è la memoria motoria.

 Il senso di un Sé dotato di coesione si fonda sulla capacità innata nel bambino di cogliere la Coerenza del movimento, della struttura temporale, del profilo di intensità, della forma, il suo organizzatore è la memoria percettiva.

Il senso di un Sé affettivo si fonda sulla capacità di memorizzare: sensazioni interne di arousal (risveglio di attivazione), qualità del sentimento specifico, feed-back propiocettivi di particolari mimiche.

 Il senso di Sé storico si fonda sulla memoria che determina il senso di continuità dell’esperienza.

Come la percezione amodale è l’organizzatore del senso di Sé emergente, così la memoria è l’organizzatore del senso di Sé nucleare.

Stern critica:le teorie che descrivono questo periodo della vita come caratterizzato da una prolungata indifferenziazione non esiste in quanto non dimostrabile attraverso l’osservazione, un vissuto di fusione-indifferenziazione con l’altro. L’osservazione testimonia che il comportamento della madre è complementare rispetto a quello del bambino; d’altro canto il neonato sperimenta la costanza dei suoi vissuti come pure la costanza dei comportamenti dell’altro. Rispetto al modello mahleriano e a quello degli psicologi del Sé, l’integrità e la differenziazione del Sé nucleare rispetto alla consapevolezza dell’altro nucleare non è messa in discussione, l’altro non emerge da una unità indistinta e indifferenziata,ma si definiscono mano a mano che si definisce il senso di Sé. L’attaccamento e le prime fasi dello sviluppo L’esistenza di sistema comportamentale di attaccamento nei primati e in particolare nella specie umana e oggi accettata da tutti gli studiosi, Bowlby (1969) cui va il merito delle prime definizioni del comportamento di attaccamento riteneva che il suo scopo fosse la protezione dai predatori e che fosse essenzialmente perseguito con il mantenimento della vicinanza a uno dei membri adulti della propria specie, identificato come figura protettiva.

Una volta identificata tale figura il piccolo cerca di rimanergli vicino e di aumentare la vicinanza in condizione di pericolo. La figura di attaccamento è in genere la madre biologica, ma non sempre esiste una sola figura di attaccamento: se la madre non è disponibile il piccolo si rivolgerà a figure sostitutive. Altri studiosi hanno ampliato lo scopo del comportamento di attaccamento dalla protezione dai predatori a funzioni multiple di sopravvivenza, quali: il mantenimento di condizioni favorevoli di temperatura, l’accesso al cibo, la prevenzione da ogni pericolo. Ma il punto cruciale dell’attaccamento della specie umana sta nel fatto che, attraverso la relazione con la figura di attaccamento, il piccolo acquisisce le condizioni essenziali per la sua sopravvivenza.

Imparare è lo scopo fondamentale della relazione di attaccamento e lo rende un passaggio obbligato nell’itinerario di umanizzazione del piccolo. La figura di attaccamento è in genere la madre biologica, ma non sempre esiste una sola figura di attaccamento: se la madre non è disponibile il piccolo si rivolgerà a figure sostitutive. Altri studiosi hanno ampliato lo scopo del comportamento di attaccamento dalla protezione dai predatori a funzioni multiple di sopravvivenza, quali: il mantenimento di condizioni favorevoli di temperatura, l’accesso al cibo, la prevenzione da ogni pericolo. Ma il punto cruciale dell’attaccamento della specie umana sta nel fatto che, attraverso la relazione con la figura di attaccamento, il piccolo acquisisce le condizioni essenziali per la sua sopravvivenza. Imparare è lo scopo fondamentale della relazione di attaccamento e lo rende un passaggio obbligato nell’itinerario di umanizzazione del piccolo. L’importanza del comportamento di attaccamento è tale che i bambini piccoli sono impegnati per gran parte del loro tempo in attività ad esso connesse e lo mantengono costantemente attivo: anche quando non ne sono consapevoli, i bambini prestano attenzione alla localizzazione fisica della figura di attaccamento e alla sua accessibilità. Non si tratta solo di sapere dove essa si trovi , ma anche di imparare quali strategie siano efficaci al fine di mantenere il contatto. Nelle ripetute esperienze di scambio il piccolo può, ad esempio, imparare che quella specifica figura di attaccamento rifiuta la vicinanza oppure l’accetta in caso di bisogno: il bambino quindi, dovrà individuare la strategia migliore. Il piccolo deve sapere sia dove la figura di attaccamento si trova sia come avvicinarsi a lei in modo efficace. Il comportamento di attaccamento è reso attivo da tutte le circostanze esterne ( pericoli) o interne (debolezze, malattie ecc..) che rendono il piccolo vulnerabile. Egli ha quindi bisogno di un sistema cognitivo in grado di valutare tali circostanze. Il comportamento di attaccamento nella specie umana fa parte del corredo comportamentale ambientale stabile secondo la terminologia di Hinde (1966) e come tale presenta queste caratteristiche:

a) segue uno schema simile in quasi tutti i membri di una stessa specie;

b) costituisce non una semplice risposta ad un singolo stimolo, ma una sequenza comportamentale di complessità crescente a seconda dello sviluppo del singolo individuo;

c) alcune sue conseguenze contribuiscono in modo evidente alla conservazione dell’individuo;

d) si sviluppa anche quando tutte le normali occasioni di apprendimento sono misere. Bowlby afferma che il comportamento di attaccamento caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba (1979).

Quello che ci preme sottolineare, è il fatto che la relazione di attaccamento, come prima relazione, abbia delle influenze sulle relazioni successive.

Interazione madre-bambino

Negli ultimi 15 anni la ricerca sui processi di interazione madre-bambino ha subito notevoli cambiamenti, considerando il neonato non più come recettore passivo dell’ambiente, quasi fosse un prodotto della stimolazione ambientale, incapace di interazioni sociali complesse, ma piuttosto come polo attivo nello scambio diadico di comunicazione con la madre

(Trevarten).

Viene ora riconosciuto che il bambino nei primissimi momenti della sua ontogenesi, presenta alcune ritmicità di comportamento cui gli adulti si adattano spontaneamente, il neonato può essere preprogrammato all’incontro sociale con un partner della specie, e quindi possiede un corredo di segnalazioni innate utili a tale scopo.

Vengono avanzate ipotesi che riecheggiano, da un punto di vista biologico, le concezioni della psicoanalisi, ad esempio le posizioni di Klein, e cioè che il neonato abbia, per quanto riguarda lo scambio sociale, potenzialità innate di rapporto e sia già naturalmente motivato a intrattenere scambi comunicativi con un partner. Tale concezione (Trevarten) che sottolinea le iniziali potenzialità possedute precocemente dai piccoli della nostra specie, sposta inevitabilmente a fasi più iniziali dell’ontogenesi infantile le interazioni significative, e il comparire di sequenze comportamentali nella diade madre-bambino. Inoltre un approccio più globale allo studio dei comportamenti di interazione madre-infante, secondo metodi di osservazione e registrazione dei comportamenti in ambiente spontaneo, ha messo in evidenza, la possibilità, di individuare sia andamenti di norma nei comportamenti diadici, sia differenze di interazioni tra partners di diadi seguiti in modo longitudinale.

Occorre inoltre sottolineare che la fiducia nella competenza e nella capacità di interazione del neonato si fonda su una rinnovata conoscenza del cervello umano durante la fase della vita fetale e dopo la nascita. Si tralascia il fatto che il bambino di due mesi non sia capace di formare un’ immagine adeguata della madre o un oggetto del mondo circostante.

All’età di due mesi è fortemente attratto dalla madre, quando questa gli si avvicina, cerca il contatto occhio a occhio, e gli parla in modo affettuoso. Il neonato di solito risponde a questo tipo di approccio con sorrisi e vocalizzazioni cui la madre risponde in modo coordinato e appropriato, sviluppando uno schema di comunicazione molto simile ad un dialogo, che prevede inizio, culmine, fine, e pausa. Le iniziative dei due partners in parte sono sincrone e in parte si alternano in uno scambio comunicativo ( a turno) in cui ognuno dei due prende l’iniziativa. E’ caratteristico il fatto che, allo stesso livello di età, il comportamento di un neonato diretto verso un oggetto inanimato, ad esempio un giocattolo appeso alla culla sia assai meno motivato che non lo scambio comunicativo con un membro della specie. Tale interazione precoce definita intersoggettività primaria (Trevarten), viene considerata fondamentale sia per lo sviluppo delle capacità affettive che cognitive del piccolo e viene postulata come un insieme di competenze programmate, soprattutto efficaci per un adattamento soddisfacente all’ambiente fisico e sociale, fondato sullo scambio comunicativo. Per molto tempo la situazione di allattamento è stata considerata una situazione ottimale per gli scambi comunicativi madre – bambino, ma in realtà non sembra, dopo la ricca raccolta di dati sia in situazioni naturali sia in laboratorio sullo scambio comunicativo precoce, che si possa affermare una simile priorità: parrebbe infatti che gli scambi comunicativi più strutturati avvengano quando sia madre che bambino dimostrano la loro motivazione a comunicare mettendo in atto comportamenti di scambio espressivo, e questo al di fuori della routine dedicata alle cure materne.

E’ interessante notare come diverse situazioni, qualora la madre si avvicini al piccolo, lo guardi e gli parli gentilmente sorridendogli assumono una particolare capacità di provocare risposte nel piccolo.

Ad esempio, dalla ricerca (Cordero De Stefano 1983) compiuta su diadi madre-bambino al secondo giorno all’inizio del terzo mese di vita durante l’allattamento le categorie di comportamento materno che risultano avere una maggiore probabilità di provocare un feedback e che provocano solitamente risposte evidenti nel neonato sono i comportamenti avvolgenti come far sedere il piccolo sulle ginocchia, cullarlo, chinarsi verso di lui, mentre gli interventi verbali rivolti dalla madre verso il piccolo sono scarsamente efficaci in questa situazione.

Il comportamento di parlare della madre si dimostra invece, insieme al sorridere, una delle categorie strutturanti nel rapporto di intersoggettività primaria nel secondo tipo di situazione.

L’angoscia di separazione

Nella teoria psicoanalitica non vi è concetto più importante di quello dell’angoscia; inoltre tutti gli analisti sono d’accordo nel dire che l’angoscia non può essere descritta semplicemente come conseguenza di una minaccia proveniente dall’esterno; sembra invece che nel fenomeno intervengano prevalentemente alcuni processi che in genere sono considerati di origine interiore e istintiva.

Quando noi consideriamo quel che gli analisti per angoscia di separazione ci troviamo di fronte a molte e diverse formulazioni: ciascuna di esse influenzata dall’opinione dell’analista riguardo alla natura e all’origine dell’angoscia; inoltre il grado di importanza attribuito all’angoscia di separazione presenta grandi variazioni.

Per alcuni autori, come Hermann, Fairbairn, l’angoscia di separazione è l’angoscia primaria più importante; altri, come Freud nei suoi primi e nei suoi più recenti lavori, sono propensi a pensare la stessa cosa, altri ancora come Melanie Klein e i suoi allievi sono convinti che l’angoscia di separazione debba essere considerata un fenomeno secondario e, in ogni caso meno importante di altre angosce primitive.

Bowlby afferma che il motivo dominante che lo induce a intraprendere uno studio sistematico su questo argomento è la necessità di trovare un nesso tra l’osservazione del comportamento affettivo dei bambini piccoli di fronte alla separazione della madre e la teoria tradizionale generalmente ammessa. Gli studi compiuti in proposito dimostrano che, nella serie di comportamenti comunemente osservabili nei bambini, una delle variabili da prendere in considerazione è l’età del bambino, o meglio la fase di sviluppo che egli sta attraversando quando avviene la separazione o si determina il trauma affettivo equivalente.

Una separazione effettiva o simbolica della madre, durante i primi due o tre mesi di vita produce di rado turbamenti gravi nel lattante. L’angoscia che si osserva nel bambino piccolo separato dalla persona che ama, pensa Freud, costituisce un esempio poiché, in tale situazione la libido del bambino resta insoddisfatta. Freud quindi, afferma che il bambino trasforma la libido in angoscia. L’angoscia infantile ha ben pochi rapporti con l’angoscia reale, il timore di un vero pericolo, ma si ricollega all’angoscia dell’adulto. Afferma inoltre che l’angoscia è una ripetizione del trauma sperimentato alla nascita, ciò non toglie che l’angoscia sofferta dal bambino quando si separa da sua madre sia al centro stesso della teoria.

Questo trauma non giungerà mai a sostituirsi nel pensiero di Freud, all’angoscia derivante dalla separazione del bambino dalla madre, ma verrà ad acquistare un‘importanza pari a quest’ultima. A tal proposito fa un esempio: il suo nipotino di 18 mesi si impadroniva di ogni sorta di piccoli oggetti per lanciarli negli angoli e sotto il letto, con un ‘espressione che sembrava voler dire “è andato via”. Si ebbe una conferma di questo significato quando poco dopo il bambino, tendendo in mano una cordicella alla quale era attaccato un rocchetto, la lanciava in avanti con l’aria di voler dire “è andata via”, poi la tirava di nuovo a se con un allegro “qui”! Questo giochetto insieme al fatto che il bambino era attaccato a sua madre indusse Freud a dare un’interpretazione. Il bambino infatti senza protestare aveva lasciato che sua madre si allontanasse, dava, per così dire, una compensazione a se stesso, rappresentando in una scena la scomparsa degli oggetti e il loro ritorno. Tuttavia può darsi che, l’osservazione di quel giochetto probabilmente di altri, abbia reso più chiaro a Freud il legame del bambino con la madre inducendolo a riflettere sul problema dell’angoscia. Abbandonerà quindi quella ipotesi favorita, secondo la quale l’angoscia rappresenterebbe una trasformazione diretta della libido. Il contatto fisico come contatto empatico

La maggior parte delle volte comunichiamo più efficacemente col nostro corpo, con la gestualità, con le espressioni del viso, con il tono della voce, che con le parole e, in generale, una buona comunicazione dovrebbe avvenire tenendo conto di tutte le vie di comunicazione. Se chiediamo a nostro figlio “per favore” con tono di sfida, mettendo le mani sui fianchi come un vigile e arcuando le sopracciglia, il “per favore” scompare, anzi diventa un elemento negativo che anche nelle comunicazioni successive verrà inevitabilmente sminuito. Se invece utilizziamo tutti i canali a nostra disposizione per comunicare, in modo che vadano nella stessa direzione e siano perfettamente integrati, avremo ottime possibilità che la comunicazione vada a buon fine.

Per esempio: chiedere al vostro bambino ““per favore< negli guardate lo mentre gentilezza, con> occhi sorridendo e lo abbracciate è una modalità di comunicazione sia corporea sia verbale efficace. Il contatto fisico è uno strumento di comunicazione potentissimo, perché con esso non comunichiamo soltanto concetti, ma trasmettiamo il nostro “sentire“, il nostro “essere“, la nostra vita. Ai bambini della nostra società viene regolarmente negato il minimo sindacale di contatto fisico fin dai primi momenti della loro vita: quando nascono, al posto che starsene beati tra le braccia della mamma e poppare quando più piace a loro devono essere lavati, puliti e stirati il prima possibile, non parliamo del caso in cui nascano sottopeso: avrebbero un bisogno ancora maggiore di stare con la mamma, ma vengono messi da soli in incubatrice quasi tutto il giorno. Quando sono a casa devono imparare a stare la maggior parte del giorno nella carrozzina o nella culla, soprattutto la notte, perché se no sono bambini “viziati“. Alla scuola materna, se non stanno fermi un attimo, sono bambini incontenibili.

Alla scuola elementare (quanto di peggio si possa augurare al corretto e sano sviluppo del bambino) al bambino che non sa stare fermo al suo posto per 8 ore al giorno viene prescritto il Ritalin, perché ha qualcosa che non va. Qualcosa che non va invece ce l’abbiamo noi adulti, che dovremmo garantire al bambino il massimo possibile di contatto fisico e di movimento!

Quando nasce dovremmo sempre portarlo con noi, allattarlo a richiesta e tenerlo nella fascia o nel marsupio per la maggior parte del giorno. Quando comincia a crescere dovremmo lasciarlo andare nella misura in cui lo chiede e riprenderlo tra le braccia tutte le volte che torna da noi. Un bambino non è mai abbastanza grande per stare “giù dalle braccia“. Mamma e bimbo condividono lo stesso “campo energetico” fino almeno ai primi 3 anni di vita del bambino, età dal quale comincia a differenziarsi (comincia, non finisce). Qualsiasi elemento turbi la madre, turba anche il figlio. Qualsiasi eccesso di energia del bambino (che non è ancora in grado di scaricarsi da solo) passa attraverso il corpo della madre. Se al bambino non è possibile “scaricare” questa energia in più cominciano i problemi: piange senza motivo, è “capriccioso“, è “iperattivo“, non riposa bene. Basterebbe abbracciarlo, “contenerlo” (cioè stringerlo tra le braccia fino a che non si calmi), massaggiarlo, per ripristinare in lui il giusto equilibrio. I bambini hanno bisogno di calore e contatto, quasi più del nutrimento, a tutte le età.

Lo sviluppo della comunicazione prima del linguaggio

Il bambino comunica prima di saper padroneggiare il linguaggio?

La risposta a questa domanda è SI.

Il bambino è capace di comunicare intenzionalmente i propri desideri, bisogni e scopi utilizzando una varietà di gesti e vocalizzi. Il neonato infatti, è socialmente responsivo ma è anche socialmente attivo. In particolare, il pianto, il sorriso e l’espressione facciale del piccolo hanno un effetto sulle persone che se ne prendono cura, e vengono di norma interpretati come indicatori di disagio, gioia o piacere. Fin dai primi mesi di vita l’interazione faccia – a – faccia tra il bambino e la madre appare caratterizzata da sincronia, contingenza, coordinazione e alternanza di turni, tutte caratteristiche cherendono gli scambi madre – bambino armoniosamente sincronizzati dal punto di vista dei comportamenti motori, vocalici ed espressivi della madre e del bambino. Negli scambi precoci madre – bambino si realizza una comunicazione espressiva o affettiva, cioè la comunicazione riguarda la diade stessa piuttosto che un argomento o tema esterno alla coppia. Questa è la fase della comunicazione pre-intenzionale, in cui il bambino viene trattato come partner comunicativo dall’adulto ma non è ancora tale in forma intenzionale.

La comunicazione intenzionale compare verso la fine del primo anno di vita (9-10 mesi circa) e rappresenta la tappa davvero cruciale dello sviluppo comunicativo del bambino. In uno studio della fine degli anni ’80, alcuni autori hanno individuato dunque queste due fasi nello sviluppo pre-linguistico, e precisamente.

1) fase PRE-INTENZIONALE: in cui il bambino produce comportamenti (pianti, sorrisi, vocalizzi, ecc…) che possono assumere il valore di segnali per l’interlocutore adulto ma che non hanno ancora questo valore. Ad esempio, quando il neonato o il lattante piange disperato perchè ha fame o sonno e la madre accorre per nutrirlo o confortarlo, l’adulto non ha dubbi nell’interpretare il pianto come segnale di disagio e nell’agire di conseguenza, ma il bambino non è consapevole di produrre, piangendo, un segnale comunicativo;

2) fase INTENZIONALE, in cui il bambino sa produrre comportamenti che hanno per lui/lei valore di segnali, e li produce al fine di soddisfare i propri scopi o i raggiungere particolari obiettivi. Ad esempio, egli indica con il dito una bottiglia di acqua poggiata sul tavolo, guardando alternativamente la bottiglia e la madre finchè quest’ultima interviene per dargli da bere, interpretando il gesto come una richiesta. La comparsa dell’intenzione comunicativa si fonda sulla capacità di padroneggiare la nozione di “agente”, ovvero riconoscere gli esseri umani come soggetti autonomi, capaci di attivarsi per soddisfare una varietà di scopi, sia propri che altrui.

Ma dunque qual è la relazione tra comunicazione pre-linguistica fin qui illustrata e l’acquisizione del linguaggio? In quale misura le conquiste compiute dal bambino nelle diverse fasi dello sviluppo comunicativo fungono da precursori per la successiva comparsa del linguaggio? Gli studiosi si differenziano fra loro optando per una spiegazione che privilegia la continuità o piuttosto la discontinuità. Secondo i più recenti studi, le diverse fasi dello sviluppo comunicativo ci portano a caratterizzare la conquista del linguaggio come un processo lento e graduale, al quale contribuiscono altre capacità cognitive e sociali dell’individuo sia preesistenti che concomitanti alla comparsa del linguaggio.

Comunicare senza parole

In generale dunque possiamo affermare che il bambino possiede delle capacità comunicative anche

prima di parlare. Vediamo ora quali sono gli strumenti a sua disposizione: Il sorriso sociale Suoni, vocalizzi e lallazioni Gesti comunicativi

Il sorriso sociale

Nelle prime settimane di vita il neonato può produrre occasionalmente alcuni espressioni facciali che evocano nell’adulto il significato di emozioni come la felicità, la rabbia, il disgusto o il dolore. In realtà esse sono prodotte al di fuori del contesto comunicativo. Tipico al riguardo è il caso del sorriso endogeno, cioè prodotto spontaneamente durante le fasi di sonno. Da distinguerlo da quello invece esogeno che compare soltanto più tardi, verso la fine del secondo mese di vita. A questa età il comportamento del neonato cambia drasticamente nel senso che egli appare molto interessato alle persone e comincia a coinvolgersi in sequenze faccia-a-faccia con gli adulti che si prendono cura di lui/lei.

A partire dai 3 mesi il sorriso del bambino diventa una risposta sociale selettiva in quanto

a) viene rivolto preferenzialmente alle persone familiari piuttosto che agli estranei

b) si sincronizza con il sorriso del genitore o dell’adulto familiare diventando così un fenomeno reciproco.

In sintesi, nell’evoluzione del sorriso che osserviamo nei primi mesi di vita si possono individuare tre fasi:

1. il sorriso endogeno che si manifesta in assenza di stimoli identificabili

2. il sorriso esogeno che è invece prodotto in risposta a stimoli visivi o acustici

3. infine, il sorriso sociale prodotto come risposta specifica alle persone familiari con le quali il

4. bambino instaura uno scambio reciproco.

Suoni, vocalizzi e lallazione

Nelle prime due-tre settimane di vita il lattante produce soltanto suoni di natura vegetativa (ruttini, sbadigli…) e suoni strettamente legati al pianto. Tra i 2 e i 3 mesi compaiono nuovi suoni (strilli, gorgoglii, suoni vocalici) che il neonato ha scoperto per caso e comincia a giocare in modo sistematico con questi suoni. Appaiono a questo punto anche le prime imitazioni vocaliche (vocalizzi NdR), che coinvolgono di solito il bambino e il genitore: imitando i suoni prodotti dal piccolo ci si può impegnare con lui/lei in uno scambio che comprende fino a quindici turni vocalici!!

Verso i 6-7 mesi compare la lallazione canonica: il bambino è in grado di produrre sequenze consonante-vocale (CV, CVCV) con le stesse caratteristiche delle sillabe (ad es. da, ma) oppure anche in modalità reduplicata (per es. dada). Verso i 10-12 mesi la maggior parte dei bambini produce strutture sillabiche complesse e lunghe che caratterizzano la cosiddetta lallazione variata (per es. dadu). Sempre a questa età compaiono i primi suoni simili a parole o proto-parole che, pur avendo una forma fonetica identica, assumono un significato specifico quando vengono utilizzate consistentemente in determinati contesti (ad es. il suono nanà prodotto in una situazione di richiesta). In genere, nei bambini che imparano l’italiano come lingua madre, la forma delle proto-parole e CV x 2 (come tata o papa). Ben presto il bambino impara ad imitare, pur con errori, qualsiasi parola di due o più sillabe. Anche se è possibile identificare un corso di sviluppo normale nell’acquisizione della lallazione che è il risultato della facilità di articolazione e della salienza percettiva dei suoni, singoli bambini possono divergere da questo corso per cause legate sia alla particolare lingua che ascoltano che alla propria maturità fisica e funzionale. I bambini infatti differiscono tra loro non soltanto nei suoni che preferiscono produrre, ma anche nella stabilità di queste preferenze.

I gesti comunicativi

Negli ultimi mesi (9-12) del primo anno di vita, il bambino comincia ad utilizzare gesti come mostrare, offrire, dare e fare richieste ritualizzate ( ad es. estendere il braccio con la mano aperta e il palmo in su o in giù; aprire e chiudere il palmo della mano come un gesto di prensione a vuoto), che chiamiamo performativi o deittici. Essi esprimono una intenzione comunicativa e si riferiscono ad un oggetto/evento esterno, che tuttavia si ricava esclusivamente osservando il contesto. I gesti deittici sono accompagnati dallo sguardo diretto al destinatario del gesto; in alcuni casi il bambino guarda alternativamente il destinatario e l’oggetto/referente del gesto. Quindi la produzione di questi gesti hanno natura triadica (bambino-adulto-oggetto/evento), si tratta di segnali distali nel senso che il destinatario del gesto viene messo in azione non meccanicamente, attraverso il contatto diretto,ma attivato a distanza. I gesti implicano anche il contatto visivo e l’alternanza dello sguardo fra bambino e interlocutore. Infine bisogna dire che i gesti deittici vengono utilizzati sia per chiedere l’intervento o l’aiuto dell’adulto (funzione di richiesta) sia per attirare l’attenzione e condividere con l’interlocutore l’interesse per un evento esterno (dichiarazione). A partire dai 12 mesi circa, fanno la loro comparsa un nuovo tipo di gesti, che chiamiamo referenziali o rappresentativi. Questi non soltanto esprimono un’intenzione comunicativa ma rappresentano anche un referente specifico, il loro significato cioè non varia in conseguenza del variare del contesto. Questi gesti nascono per lo più all’interno di routine sociali o di giochi con l’adulto e vengono appresi prevalentemente per imitazione. Nello stesso periodo, compaiono le prime parole, anch’esse molto legate al contesto e solo man mano si decontestualizzano. Quando il linguaggio verbale comincia a consolidarsi e il vocabolario raggiunge le 50 parole, l’uso dei gesti referenziali diminuisce gradualmente fin quasi a scomparire. Tra gesti comunicativi deittici di particolare interesse è il gesto di indicazione sia perchè esso è universale sia perchè rappresenta uno dei mezzi più efficaci per comunicare in assenza di linguaggio.